(IN)VISIBLE CITIES - Le città invisibili africane

(IN)VISIBLE CITIES - Le città invisibili africane

Ne hanno scelte tredici, per ora. Ma potrebbero cambiare. Beatrice Ngalula Kabutakapua - reporter e fotografa, foto a destra poco più in basso - e Gianpaolo Bucci - regista- hanno scelto 13 città nel mondo e ci sono andati - in alcune, in verità, devono ancora andare - per scovare, conoscere e documentare le comunità africane che le abitano: Los Angeles e New York, ma anche Cardiff, Olso, Caserta. E altre.
Sono partiti nel 2013 e passano un mese e mezzo circa in ognuno dei siti prescelti: registrano interviste, scovano testimonianze e intanto cercano finanziatori, collaboratori, aiuti, risposte alle loro domande: "Dove ci consigliate di andare, adesso?" "Chi ci può aiutare?" "Quando sei arrivato qui, e come ti sei integrato?" "Qual'è la tua storia?" .

In occasione di Ottobre Africano Torino ha ospitato (IN)VISIBLE CITIES, il docufilm nato dal loro incessante (e ancora non terminato) vagabondare: è stato proiettato al Museo della Resistenza la sera di giovedì 30 Ottobre, grazie anche alla collaborazione del Centro Studi Africani.
(IN)VISIBLE CITIES è un ibrido che si modifica continuamente; ciò che è ora? Direi un documentario che mostra tre città (Los Angeles, New York e Cardiff) e le comunità multiculturali nascoste al loro interno.

Città invisibili, per l'appunto, con storie di integrazione che non ci sono, purtroppo, ancora abbastanza familiari: nonni di nipoti multicolori, poeti somali che si sentono figli di tre patrie, giornaliste di colore di successo figlie di madri e padri che, tra peripezie e difficoltà immani, hanno ripercorso la scala sociale fino all'inclusione definitiva in una nuova società. 
Abbiamo avuto l'opportunità di intervistare Beatrice, reporter freelance giovane ed entusiasta e, soprattutto, african-inside: italo-congolese cresciuta in provincia di Roma, con (IN)VISIBLE CITIES incede con determinazione nella ricerca e nella conoscenza delle sue origini africane.

BEATRICE, (IN)VISIBLE CITIES È UN LAVORO ENORME CHE, SECONDO I VOSTRI PIANI, ARRIVERÀ AD ESSERE ULTIMATO INTORNO AL 2018.
QUANDO AVETE COMINCIATO, NEL 2013, QUALE PENSAVATE CHE AVREBBE POTUTO ESSERE IL VOSTRO PUNTO D’ARRIVO?
Beh, eravamo molto ingenui, ed ambiziosi. Volevamo creare un documentario che arrivasse ad essere visto dal maggior numero di persone possibile: ci rendevamo conto che la cosa più semplice, da un certo punto di vista, era metterlo su Internet e accumulare visualizzazioni: però questo richiedeva un dispendio di risorse non indifferente.

Nell’andare avanti con il progetto abbiamo visto che anche la televisione non era per forza il mezzo più efficace; abbiamo invece visto che portare (IN)VISIBLE CITIES nelle scuole porta ottimi risultati: i bambini si sono interessati ed avere a che fare con loro è importante.

COME È FINANZIATO IL DOCUMENTARIO? IL FATTORE ECONOMICO HA CREATO PROBLEMI O HA CONDIZIONATO IL LAVORO IN SÉ? VI HA BLOCCATI?
Ovviamente ci sono autofinanziamenti. Il fatto di dover trovare i soldi ha fatto sì che dovessimo trovare sempre modi creativi per attuarlo ed andare avanti: all’inizio la questione soldi non ci ha bloccato, perché abbiamo pensato che se ci fossimo fermati per trovare i finanziamenti, ci saremmo fermati del tutto.

La nostra prima tappa è stata Cardiff e le spese di viaggio non erano impossibili (abitavamo a Londra). A Istanbul, invece, siamo stati fortunati: un sacerdote ci ha prestato una casa per due mesi, delle associazioni ci hanno aiutato e una start-up americana, la Fiver, ha cominciato a darci una mano per le trascrizioni delle interviste e piccoli lavori di grafica. 
Ciò che li ha colpiti è stato il fatto che ci hanno visti giovani ed entusiasti, proprio come loro, ed hanno deciso di darci una mano.

Ora siamo un po’ fermi perché, sì, un po’ le tasche si svuotano, e un po’ volevamo cominciare a far vedere i frutti del nostro lavoro: e poi ora, nel momento in cui contattiamo un possibile acquirente, abbiamo qualcosa da mostrargli.

(sopra: Gianpaolo Bucci viene introdotto alla comunità congolese a Los Angeles)

NEL DOCUMENTARIO, AD UN CERTO PUNTO, C’È UNO SCAMBIO DI BATTUTE FONDAMENTALE TRA DUE INTERVISTATI DI CARDIFF: TU CHIEDI A UNA DONNA COME SI FA A VIVERE NELLO STESSO POSTO CON 50 ALTRE NAZIONALITÀ E LEI, CHE EVIDENTEMENTE NON SI ERA MAI POSTA IL PROBLEMA, GIRA LA DOMANDA AL MARITO, CHE RISPONDE: “LO FACCIAMO COME LO FAREMMO IN QUALUNQUE ALTRO POSTO”.
È
 UNA FRASE MOLTO POTENTE, È COME SE LORO SENTISSERO CHE SI TRATTA DI UN PROBLEMA ASSURDO DA PORSI.
SECONDO TE QUESTO È IL LIVELLO IDEALE, A LIVELLO DI INTEGRAZIONE RAZZIALE, CHE SI POSSA RAGGIUNGERE? O C’È QUALCOSA DI ANCORA PIÙ PERFETTO?
Beh, forse se si smettesse di parlare di integrazione!
Noi siamo andati in alcune scuole a parlare con dei bambini di seconda generazione e loro chiedevano: “cosa vuol dire 'seconda generazione'?”.
Loro non hanno idea di che problema ci possa essere. Per loro, per quelle persone di Cardiff, l’etichetta non esiste: la usavamo anzi, noi, nell’intervistarli, per comunicare ed identificare il problema. Quando non ci sarà più l’etichetta, allora sarà il risultato ideale.

IL PROBLEMA SARÀ RISOLTO QUANDO NON SARÀ PIÙ SENTITO, QUINDI.
Sì, esatto.

BEATRICE, A MAGGIO IN EUROPA CI SONO STATE LE ELEZIONI AL PARLAMENTO EUROPEO ED UNO DEI TEMI PORTANTI È STATO IL NASCERE DI FORTI REALTÀ ESTREMISTE CHE SI SONO PRESENTATE AL VOTO: I PARTITI ESTREMISTI, TRA LE ALTRE COSE, RIFIUTAVANO L’IDEA DI INTEGRAZIONE DEGLI IMMIGRATI.
PENSI CHE UN LAVORO COME (IN)VISIBLE CITIES POTREBBE PORTARE RISULTATI POSITIVI, SE MESSO SOTTO GLI OCCHI DI UN ESTREMISTA RAZZISTA?
Guarda, un pensiero che ha sempre accompagnato il nostro lavoro è stato: “chi vuole cambiare opinione, cambia opinione”. Una persona che ne fa una questione di principio non cambierà idea, a prescindere da ciò che gli viene detto e in che modo: gli estremisti hanno convinzioni radicate e forti, saranno sicuramente convinti di tutto ciò che dicono e cercheranno sempre dei capri espiatori per la loro causa e non sarà un documentario a far cambiare loro idea.
Potrà, però, essere un contributo per mostrare le possibilità d’integrazione, soprattutto a coloro che, di origine africana, hanno bisogno di sapere che è possibile.

E poi ci sfrattano dalla sala conferenze. Sono le dieci, abbiamo parlato a lungo e il Museo deve chiudere. Continuiamo a chiacchierare per le scale, giacche in mano e registratore all’aria.
Beatrice mi racconta del suo momento rivelatorio, quello "dei capelli": lei, dotata di una pura chioma crespa, aveva sempre portato le trecce fino al momento in cui una parrucchiera nigeriana di Londra non le ha liberato i capelli. Ha dovuto, a quel punto, affrontare la sua “africanitudine” senza poterla più ignorare. “Ce l’avevo in testa, la mia natura africana, ed era bella ingombrante, anche! Ho dovuto conoscerla: io ero cresciuta in provincia di Roma, non in una comunità africana.
Ho scoperto che i capelli, che sembrano una scemenza, erano un particolare fondamentale: è uno strumento di conformizzazione, le donne africane li vogliono lisci, perché le occidentali li hanno lisci. Sono importanti, accettarli vuol dire accettare chi sei
”.

Silvia Nazzareni
@twitTagli

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