Imparare a pensare: la Philosophy for Children nelle scuole italiane

Imparare a pensare: la Philosophy for Children nelle scuole italiane

Non pensate alla filosofia dei pesanti manuali del liceo e dell’apprendimento mnemonico: la Philosophy for Children è tutt’altro.

cerchio-dei-bambini-che-tengono-le-mani-11092986Il progetto educativo in questione punta infatti ad insegnare ai bambini a filosofare, ovvero imparare a riflettere sui pensieri e sulle cose, discuterne e capire come gestire la propria capacità critica: sono gli obiettivi che aveva in mente Matthew Lipman, professore della Columbia University che negli anni ’70 cominciò a scrivere i suoi racconti filosofici e a leggerli ai bambini nel tentativo di creare un dialogo tra di loro.

Lipman pensava che il filosofare non fosse prerogativa di menti adulte bensì un ottimo strumento con il quale i bambini potevano formare la propria indipendenza intellettuale ed imparare a mettere in discussione le proprie certezze: nacque così l’idea di portare nelle scuole i laboratori di Philosophy for Children, che prevedevano di incentivare una discussione tra i bambini su concetti astratti, emozioni, idee e argomenti di dibattito.

Cos’è la vita? Cosa differenzia il concetto di giusto da quello di sbagliato? Chi sono io? Cosa voglio? I bambini si rivelarono subito più ricettivi di quanto li si fosse fino a quel momento considerati: sapevano formulare opinioni su temi di estrema complessità e imparavano a gestire in autonomia le parti di una discussione. Più avanti il metodo Lipman arriverà in Europa ed attualmente ne abbiamo esempi e applicazioni in vari stati: in Germania troviamo Philosophy with Children, in Francia Oscar Brenifier con la sua Filosofia per i Piccoli e in Italia Philosophy for Children e Amica Sofia (quest'ultima opera mediante il riadattamento di testi filosofici).

Come e quanto si può inserire in Italia - paese nel quale la Storia dell’Arte viene tolta dal programma scolastico e la cultura umanistica passa sempre più in secondo piano - un’iniziativa che si basa sul mero insegnamento del dialogo fine a se stesso? A cosa porta, nel concreto, indurre dei bambini a passare una o due ore a ragionare astrattamente senza giungere a nessun risultato concreto?

Per rispondere a queste domande abbiamo interpellato Chiara Giordano, laureata in filosofia ed esperta di Philosophy for Children: la Giordano porta tale metodo educativo sia nelle scuole che in ambito extrascolastico, al Circolo dei Lettori di Torino.

Dottoressa Giordano, come si strutturano le sue ore di Philosophy for Children?

Si parte da un racconto o da un gioco che ha al suo interno una “questione filosofica”: in tal modo si crea un dialogo socratico tra i bambini e li si porta ad imparare le regole del discutere: ascoltare, mettersi in gioco, criticare ma essere anche criticati.

Io non uso i racconti lipmaniani perché non li considero molto attuali: sono adatti a bambini degli anni ’70 che andavano allo zoo e non avevano il cellulare; adesso i ragazzi ricevono stimoli diversi. Vedo che alle classi piacciono molto di più i racconti scritti da me, che sono più attuali e permettono loro di immedesimarsi maggiormente. Non si hanno risposte giuste o sbagliate, vi è il semplice strutturarsi della discussione e si può fare anche in classi con elementi affetti da disturbi dell’apprendimento, bambini autistici o con sindrome di Down: ognuno dà un contributo, nella misura in cui riesce, al dialogo democratico.

aula scuolaPer loro è molto divertente: vedo infatti che anche nei laboratori del sabato pomeriggio al Circolo dei Lettori – momento in cui potrebbero preferire il gioco o del semplice riposo – alcuni scelgono di non partecipare ma molti si appassionano al discutere, intervengono animatamente e partecipano con entusiasmo.

Come reagiscono gli insegnanti all'idea di far partecipare la classe ad un laboratorio di P4C?

Dipende dalla sensibilità delle persone: molti, soprattutto i più giovani, sono disponibili ed entusiasti. Alcuni, invece, ritengono che il fatto che non si arrivi a nessun fine concreto renda quest’attività del tutto inutile, anche perché i risultati non sono mai immediati bensì visibili sul lungo termine: sarebbero necessari più cicli che seguano gli stessi bambini per due, tre anni, perché si vedano dei risultati.

scuola philosophy 4 children

Per quella che è la sua esperienza, è stato così?

Sì, io ho seguito alcune classi dalla quarta elementare alla prima media ed è stato emozionante vedere come il mio ruolo (che comunque è sempre stato di semplice facilitatore: io indirizzo il dialogo, ma non lo costruisco) dopo tre anni fosse divenuto quasi inutile: i ragazzi avevano imparato ad approcciarsi agli argomenti con intelligenza, si confrontavano con maturità e sapevano mettersi in discussione.

Che tipo di adulto è quello cresciuto anche con la Philosophy for Children?

In Italia si hanno vere esperienze pratiche solo negli ultimi anni, prima la P4C era solo conosciuta a livello sperimentativo universitario; io non conosco personalmente adulti che hanno personalmente sperimentato questo metodo.

Si può comunque ipotizzare che gli individui maturino con una forte capacità critica, una tendenza a crearsi opinioni personali su tutto e a volersi mettere in gioco. Già nei laboratori tenuti con gli studenti adolescenti delle scuole professionali – io lavoro spesso con ragazzi con problemi di dispersione scolastica - si nota che questi apprezzano molto il momento in cui scoprono che anche la loro opinione di studenti “non bravi” è importante. Nel tempo imparano ad amare l’idea di interessarsi al mondo esterno e a metterlo in discussione.

think

 

Come è stata accolta dalle scuole e dai genitori l'introduzione in classe di questa disciplina?

Con difficoltà: ricordiamoci che si tratta di un laboratorio che non porta a risposte né a risultati. Adesso c’è il bisogno della scatolina, dell’oggetto da mostrare a casa, insomma di un risultato da toccare con mano e la filosofia questo non lo può dare.

Quindi, si capisce, un insegnante che ha da fare il suo programma e si ritrova a dover gestire nelle sue ore questo laboratorio che non porta a nulla di apparentemente costruttivo. In realtà ciò che nasce è la capacità critica dei ragazzi, e questo è un bene immenso ma intangibile.

Il punto è che la scuola è il contesto perfetto per la P4C perché si possono osservare nello stesso gruppo tutti i tipi umani: l’entusiasta, il contrario, l’autistico e così si ha un lavoro costruttivo, su tutti. Soprattutto, si regala ai bambini e ai ragazzi qualcosa di fondamentale: il tempo, che loro hanno in scarsissime quantità perché sono impegnati ventiquattr'ore su ventiquattro tra scuola, sport, attività varie ed eventuali. In questo modo crescono non fermandosi mai: invece la Philosophy for Children vuole regalare loro del tempo per pensare, pensare e basta.

Silvia Nazzareni

@twitTagli

Commenti

Aggiungi un commento

I commenti su Tagli non sono soggetti a moderazione preventiva. La Redazione declina ogni responsabilità circa il loro contenuto, e si riserva il diritto di rimuoverli a propria assoluta e totale discrezione.
Tagli ribadisce pertanto che ogni opinione, accusa o illazione inviata nei commenti è sotto la responsabilità civile e penale dell'autore. La Redazione si riserva di fornire gli estremi dell'autore di ciascun commento ritenuto lesivo all'autorità giudiziaria.
Per maggiori informazioni, consulta la sezione Termini e condizioni di utilizzo.

Plain text

  • No HTML tags allowed.
  • Web page addresses and e-mail addresses turn into links automatically.
  • Lines and paragraphs break automatically.
CAPTCHA
This question is for testing whether or not you are a human visitor and to prevent automated spam submissions.