Immaginando la nuova Black List

Immaginando la nuova Black List

Avete presente a cosa ci si riferisce quando si parla della Black List di Hollywood? È un capitolo della storia americana in cui la House Committee on Un-American Activities, promossa dal senatore Joseph McCarty, stava mietendo le sue vittime: quest'organo, in pratica, era un comitato deputato a investigare possibili attività anti-americane; ancora più in soldoni, si parla di quando gli americani vedevano "comunisti" dovunque). 
I cittadini indagati dal comitato venivano indicizzati all’interno di una lista di sospetti “anti-americani”, nella quale erano presenti molti personaggi pubblici dei media e del mondo del cinema: giornalisti, anchormen, registi, attori e sceneggiatori. 
Nel 1950, un pamphlet intitolato “Red Channels” identificava 151 professionisti dell’industria cinematografica, indicandoli come “fascisti rossi e simpatizzanti”. Molto presto, le persone incluse nella lista (definita appunto “Black List”) persero il lavoro e subirono processi che li accusavano, in molti casi, di essere spie o militanti comunisti.

Per una ragione non molto difficile da capire, sembra che ultimamente la cultura popolare americana abbia un po’ riportato alla luce il tema e la memoria storica della Black List. 
Il recente biopic dedicato a Dalton Trumbo, tra i principali responsabili fine della Black List nel 1960, affronta direttamente l’argomento, così come vi sono echi di McCarthysmo ad Hollywood nella nuova commedia dei fratelli Coen, Ave, Cesare.
Qualche anno fa, Good Night and Good Luck di George Clooney affrontava la questione dal punto di vista di un’emittente televisiva dell’epoca. 

Questo pezzo prende ispirazione dalla spettacolare serie di podcast di Karina Longworth su YouMustRememberThis, il cui argomento principale è la cronistoria della Black List dagli anni ’50 alla sua scomparsa; se possedete un inglese adatto allo sforzo, l’ascolto è più che consigliato. 
La tematica del comunismo e dell’anti-comunismo nella Hollywood dell’età dell’oro, quella in cui penne come Trumbo producevano capolavori indiscussi e dove anche un polpettone storico tipo Spartacus assumeva i connotati di un’opera sovversiva, è indubbiamente affascinante. Meriterebbe capitoli interi scritti apposta. 

Il sottoscritto invece, che non possiede le adeguate nozioni di storia per una simile operazione e che ama molto di più parlare di cinema contemporaneo, si è lanciato in un esperimento socio-politico relativo alla Hollywood di un domani (si spera) alternativo. 
Se la Black List esistesse oggi, chi farebbe parte dell’elenco? 

Immaginiamo che il futuro Leader Supremo Maximo Donald Trump vinca le elezioni, e che decida di mettere in atto quella che, di fatto, è una delle missioni indicate durante la sua campagna elettorale: individuare e mettere a tacere tutte le voci anti-americane.
La questione su cosa voglia dire “anti-americano” dal punto di vista di Donald Trump è indubbiamente affascinante, e forse la si potrebbe estendere al livello di “chiunque non la pensi come lui”.
Io cercherò di essere più moderato, e analizzerò gli autori che potrebbero figurare in una nuova, rinnovata edizione della Black List targata 2017. Chi, tra i più importanti filmmaker contemporanei, rischia di cadere vittima del nuovo Comitato contro le attività anti-americane? 

1. Michael Moore

È una scelta parecchio ovvia, ma è anche parecchio giustificata.
Dal punto di vista di un conservatore americano, Michael Moore è l’essenza del cinema anti-americano. 

Documentarista militante e politicamente schierato in praticamente tutto quello che dice, Moore ha prodotto mezzi capolavori come Bowling for a Columbine insieme ad autentici disastri come Farhrenheit 9/11: un film così pesantemente anti-Bush che mi ha fatto voglia di uscire di casa e comprare un busto di Ronald Reagan. Moore sarebbe tra i primissimi imputati nel processo ai danni degli autori anti-americani promosso dal Comitato Trump (sì, nella mia visione del futuro si chiama “Comitato Trump”, perché quell’uomo non riesce a non mettere il suo nome sopra tutte le cose che possiede). 

Risparmierò facili analogie tra il candidato alle primarie repubblicane e il Silvione nazionale, visto che un po’ tutti si sono accorti che i due si somigliano. Tuttavia, non posso fare a meno di trovare similitudini tra Michael Moore e la versione “de ‘no altri” degli anni d’oro del Berlusconismo: Sabina Guzzanti, capace di dirigere roba interessante come Viva Zapatero e di proseguire la sua carriera di documentarista con il disgustoso Draquila - L’Italia che trema

 

2. John Carpenter

Autentico maestro dell’horror e autore di pietre miliari del genere come La Cosa, The Fog e Il Seme della Follia, Carpenter ha sempre usato il genere come metafora. Fuga da New York è un B-Movie d’azione che racconta più cose sulla concezione di America che ha Carpenter di quante potrebbero farlo 50 film “impegnati” di fila. 

Carpenter è sempre stato un autore profondamente legato a concetti come anarchia, ipocrisia della civiltà e delle regole della società, perfino lotta di classe; i suoi personaggi sono soprattutto anti-eroi cinici e sconfitti, che lottano contro un Potere opprimente ed oscuro. 
Se il Comitato Trump avesse un minimo di cultura dell’horror moderno, John Carpenter correrebbe seri rischi.

D’altra parte, l’anziano regista si farebbe probabilmente una risata amara alla prospettiva di venire perseguito per ciò che pensa, e sfrutterebbe l’occasione per costruire il suo prossimo mostro. 

 

3.  Spike Lee

Anche questa scelta è abbastanza naturale: la filmografia di Spike Lee è inequivocabilmente legata al concetto di denuncia e di protesta: opere come Do the Right Thing e Clockers, ma in un certo senso anche La 25esima Ora, sono pillole concentrate che esprimono rabbia e indignazione e parlano di una “classe” o categoria di emarginati. 

 

4. Oliver Stone

Negli anni, Stone ha abituato il pubblico ad una certa schizofrenia, tanto a livello creativo quanto a livello ideologico: benché sia chiaro che le posizioni che ha preso in carriera lo portano praticamente sempre ad essere identificato come uno dei registi americani maggiormente “radicali”. 

Dichiaratamente schierato a favore dell’operato di “nemici” dell’America come Julian Assange ed Edward Snowden (su quest’ultimo ha appena finito di girare un biopic), Stone ha assunto posizioni controverse lungo praticamente tutta la sua carriera.
Se da una parte lo si associa a grandissimi film come JFK e Nixon, dall’altra si è reso famoso per gaffe terrificanti come quella relativa alla dichiarazione su “Hitler che era un leader incompreso”. 

 

5. Laura Poitras

Regista responsabile di quel “filmone della madonna” (termine tecnico per “5 stelle su 5”) che è Citizenfour, il documentario che affronta la storia di Edward Snowden e segue, minuto per minuto, l’evoluzione della denuncia compiuta dall’uomo ai danni del governo americano.
Laura Poitras è una documentarista d’inchiesta capace di informare e raccontare storie incredibili in maniera asciutta e coinvolgente. È anche vittima della stessa materia che affronta, e sarebbe a serio rischio di ghigliottina in un’America governata da Trump. 

 

6. George Clooney

Andiamo. Clooney è intoccabile.
È una delle star più influenti del cinema moderno.
Sbanca i botteghini appena aggrotta le sopracciglia. Ci vuoi dire che rischierebbe la carriera con l’indicizzazione all’interno di una nuova Black List? 

Ebbene sì.
Anche se il personaggio pubblico sembra suggerire tutt’altro, e malgrado il fatto che noi italiani lo percepiamo più che altro come venditore di macchine del caffè e simpatico cinquantenne in soggiorno sul lago di Como, la verità è che Clooney è un artista politicamente schierato e capace di trattare davvero argomenti “scomodi”. Tanto da attore quanto da regista. 

Basta pensare ad opere come Good Night and Good Luck, Le idi di Marzo, Syriana e perfino una robetta apparentemente leggera come Confessioni di una Mente Pericolosa. Da parecchi anni a questa parte, le scelte lavorative di Clooney sono tutt’altro che banali e vertono soprattutto sul lato dell’impegno civile e della “militanza artistica”. 

 

Vi vengono in mente altri "sporchi anti-americani"? Vogliamo fare i cittadini responsabili e aiutare Silv... volevo dire Donald a stilare una nuova Black List? 
Ditecelo nei commenti. 
Buona notte e buona fortuna. 

Davide Mela

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Commenti

Citizenfrour non lo definirei

Citizenfrour non lo definirei un filmone.... Troppo tecnico/documentale e noioso. Quanto ad Oliver Stone, egli è un grande storico e una volta si è persino definito "repubblicano anarchico". Nel film "Nixon", egli fa trasparire persino un velo di compassione nei confronti del Riccardone nazionale, partendo dalle sue umili origini che certamente non gli ingraziarono le attenzioni mediatiche.
Parlando di Dalton Trumbo, trovo francamente assurdo spaccfiare per "comunista" una bambina di 7 anni che offre il pranzo ad un suo compagno di classe che ne è sfornito.

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