Il (vero) problema della carne rossa: non la carne rossa in sé ma la carne rossa in me

Il (vero) problema della carne rossa: non la carne rossa in sé ma la carne rossa in me

L’argomento del giorno (settimana? Mese?) è la cancerogenità della carne rossa, e in generale mi pare che non sia un tema da buttare del tutto via. 
Mi rendo conto che ci siano altri problemi nel mondo, ma l’alimentazione è uno dei più discussi e chiacchierati elementi dello scibile umano che sia mai esistito e mai esisterà. 
Non è solo il fatto che sia appena stata organizzata un'Expo a tema "Nutrire il Pianeta", visitata da 20 milioni di persone, con tutto quello che in termini di code all'ingresso ha significato; dovremmo proprio renderci universalmente conto (ma forse: accettare) di quanto spesso e quanto a lungo, nella nostra vita quotidiana, parliamo di cibo. 
Praticamente, lo facciamo tutti i giorni. 

Senza dilungarsi in un’analisi dettagliata sul contenuto del report che hanno riproposto praticamente tutti gli organi di informazione in Italia e nel mondo, l’impatto che la notizia ha avuto è illuminante. 
Il problema - nel modo in cui è stata ricevuta, riproposta, filtrata e commentata la notizia - è principalmente linguistico: come accade spesso quando si parla di abitudini alimentari (e diete, e rischio verso la propria salute) si è fatta confusione tra i concetti di “probabilità” e di “certezza”, tra la parola “causa” e le parole “fattore di pericolo”. Indicano cose diverse.
Non trovo particolarmente utile riprendere una notizia che hanno già tutti riportato, ovvero che la IARC, Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, ha mostrato che la carne rossa lavorata è cancerogena e la carne rossa nel suo complesso potrebbe forse esserlo.
Quello che trovo affascinante e suggestivo è la dimostrazione plastica che ci stiamo dando tutti quanti, da soli e reciprocamente, di quanto la scelta alimentare sia un tema delicato e fragile. 
Più delicato e fragile di quanto chiunque di noi avrebbe potuto immaginare. 

 

Nella mia vita mi è capitato di insultare ed essere insultato per qualcosa che riguardava una mia scelta in un complesso di ambiti sostanzialmente ridotto:

  1. La fede calcistica. 
  2. L’appartenenza politica. 
  3. L’appartenenza religiosa. 
  4. La mia scelta alimentare. 

Quello che trovo più originale e poco dibattuto non è l’argomento in sé. Io, ad esempio, credo più o meno da sempre che mangiare carne non sia una buona idea, e mi limito a una scelta alimentare indirizzata da questa convinzione senza rompere troppo le balle al prossimo. Ma questo è attualmente del tutto marginale.
Mi preme piuttosto riflettere per un istante sul dibattito che la notizia ha scatenato: fare un dibattito sul dibattito, e se tutto questo suona lontanamente come masturbazione cerebrale probabilmente sì, avete ragione.
Ma stiamo assistendo a una serie di reazioni da "Manuale di psicologia di massa ai tempi dei social network", ovverosia:

  • un feroce e aggressivo conato di indignazione e menefreghismo (che posso comprendere perfettamente, tanto quanto comprendo l’impulso di instagrammare il proprio barbecue per ripicca nei confronti di IARC e OMS);
  • un cinico, disincantato riflesso pavloviamo in direzione ostinata verso il menefreghismo (un atteggiamento che sembra dominare il dibattito, e che capisco infinitamente meno). 

Provo a spiegarmi: appurato che il dibattito è stato posto - come al solito - con la perizia e la precisione ermeneutica dei bovari del Texas (e dunque sarebbe meglio parlare in termini di “troppa carne rossa fa male” e di “rischio per la salute”), è impossibile - nel 2015 - pensare di abitare in un mondo dove la propria scelta alimentare non conti niente. 
Scegliere come e cosa mangiare conta, in qualunque ambito la si voglia mettere; e per l'amordiddio la cosa non vuole e non deve assolutamente riaccendere l’eterno e stucchevole dibattito tra pro e anti-veg. 
Non è quello il punto.

Il punto è decidere di accogliere un’informazione (o presunta tale) in maniera responsabile: né esultare all’idea che i carnivori siano terrorizzati dallo spettro del tumore e cessino improvvisamente di farsi di hamburger; né pensare che quell'insopportabile amico vegano abbia ottenuto una vittoria nell’estenuante battaglia quotidiana per rompervi i coglioni.
Nessuna delle due categorie esercita ciò che la pubblicazione dello IARC sta implorando di esercitare: una parolina piccola, ma seminale.

Mo-de-ra-zio-ne. 

Aggiungo: nessuno trova nella notizia un'occasione.

 

Già, un'occasione: tutto quello che la vita ci butta addosso, tutte le informazioni che ci vengono veicolate ogni giorno, sono un'occasione. Hanno il potenziale di insegnarci qualcosa. Sono potenzialmente dei nostri maestri. 
Tutto quello che leggiamo, scopriamo e sentiamo ogni giorno è la possibilità per cambiare o modificare una cattiva abitudine, che sia fumare, ammazzarsi di alcol, bere galloni di olio di palma, guardare le partite con la telecronaca del tifoso (lo so, quest’ultima c’entra poco. Ma è comunque una cattiva abitudine, e lo sapete). 
Nei momenti in cui mi sento socialmente ed eticamente meno addormentato del solito, cerco di ricordarmi che una cosa che sento, o una cosa su cui dis-sento, è una potenziale occasione: una potenziale occasione per valutare se esercitare o meno qualcosa di nuovo nella mia vita quotidiana. 

Esempi pratici:

  • Quanto un articolo pubblica il report di un’organizzazione per la ricerca sul cancro, posso scegliere di fregarmene e prendere per il culo gli “anti-bisteccari della domenica”. Oppure, posso esercitare la memoria e ricordarmi che il tumore è una schifezza, e chi fa educazione alla prevenzione assolve un compito sacrosanto. 
  • Quando un vegetariano scuote la testa guardando il mio panino al prosciutto, posso esercitare pazienza. 
  • Quando un onnivoro ordina una carbonara al ristorante, posso esercitare tolleranza e pluralismo. 
  • Quando un mio amico su Facebook scrive che “i vegetariani bisognerebbe ricoverarli”, posso esercitare sopportazione. 
  • Quando una mia amica mi confessa: “Sì, anche io sono vegetariana. Tranne il pesce, che lo mangio perché mi piace troppo. E il pollo. E gli affettati. E gli hot-dog. E un hamburger ogni tanto, và. Per il resto sono vegetariana”, posso invece esercitare violenza.
    Ma solo mentalmente. 
    Esteriormente, devo esercitare docilità e mansuetudine. 

Invece, quello che è successo è un complesso di reazioni isteriche, crasse, pervicacemente ottuse, negazioniste a prescindere e a priori al punto da avvicinarsi pericolosamente al ridicolo, tanto da non fare nemmeno ridere. 
La verità dei fatti è che a una simile percezione collettiva, a una simile levata di scudi, non può che conseguire un restare fissi, immobili sulle proprie posizioni. 
Chi non mangiava carne pensa di avere un motivo in più per astenersi. 
Chi lo fa, continua a ritenere più importante il piacere che trae nel farlo del presunto spauracchio rappresentato dalla notizia dell’OMS. 
La notizia riportata non ha, in sé, alcun impatto: questo è il vero fallimento del mestiere di un giornalista. 

Ma quelle sono le reazioni immediate ed esteriori; contano fino a un certo punto. 
Invece gli schemi sociali e i comportamenti di massa sono contagiosi: si riflettono sui propri interlocutori più spesso e con più vigore di quanto chiunque creda. Siamo creature “porose”, altamente suscettibili - e il dibattito dell’ultima settimana è solo l’ennesima dimostrazione di questa verità. 
Forse è la verità più grande che possiamo trarre dalla vicenda: siamo una società (e una specie) che assorbe costantemente indizi su come&cosa essere dagli altri. Con tutte le conseguenze, non sempre idilliache, che questo comporta: da oggi - ma forse no - sappiamo che questo vale anche per quello che mangiamo.

Davide Mela 

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