Il ritorno di X-Files nella nuova età della paranoia

Il ritorno di X-Files nella nuova età della paranoia

X-Files costituisce uno di quei rari prodotti televisivi capaci non solo di diventare icona di un intero decennio, gli anni Novanta, ma anche di influenzarne mentalità e cultura. Ad esempio, all’apice del suo successo, nel 1996, e in contemporanea con l’uscita nelle sale di Indipendence Day, i casi di avvistamenti di Ufo registrati dal ministero della difesa in Gran Bretagna ebbero un’impennata, passando dai 117 del 1995 a 609.
Gli spensierati anni Novanta si addicevano particolarmente a fissazioni di questo tipo: con il tramonto del cinquantennale confronto tra Unione Sovietica e Stati Uniti e l’avvio di un mondo in apparenza unipolare, tanto che autorevoli studiosi si spinsero a suggerire l’imminente “fine della Storia”, la gente appariva sufficientemente priva di preoccupazioni da potersi concedere il capriccio di sviluppare fantasiose teorie su cospirazioni governative orchestrate per coprire l’esistenza degli alieni.

Eppure, sotto questo strato di innocenti stravaganze, era contenuto in nuce il germoglio dell’attuale età della paranoia, un periodo che effettivamente ben si presta al ritorno sugli schermi di X-Files.
Sono stati due i principali catalizzatori del complottismo nel ventunesimo secolo: l’11 settembre, traumatico evento spartiacque non solo per l’America, e la diffusione di Internet. 
Il primo ha probabilmente scalzato l’assassinio di John Kennedy dal podio delle teorie della cospirazione più popolari e, alla luce delle successive invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq e dell’approvazione del Patrioct Act, è stato letto retrospettivamente come l’epifenomeno di un disegno segreto per l’imposizione di una tirannide su scala globale.
Il world wide web, invece, è rapidamente diventato l’ambiente di coltura della paranoia di ricercatori dilettanti, sedicenti guru, predicatori parareligiosi, che sulla rete hanno trovato libertà di parola e, soprattutto, platee di uditori talora anche molto consistenti.

Il seme del complottismo, prima confinato fra i fondamentalisti cristiani, gli estremisti di destra e, in misura minore, di sinistra, è così dilagato nel dibattito pubblico della politica americana, fino a lambire persino l’altra sponda dell’oceano, l’Europa.

Negli anni Novanta il creatore di X-Files, Chris Carter – la cui formazione politica, per sua stessa ammissione, è non a caso avvenuta negli anni torbidi e paranoici del Watergate –, ha saputo cogliere i segni di un progressivo smarrimento della gente all’approssimarsi della fine del millennio.
Da un lato, infatti, il crollo del paradigma della Guerra Fredda ha significato per gli Stati Uniti la brusca evaporazione di un modo di vedere il mondo, concettualmente facile e comodo da assimilare, senza tuttavia portare in dote una nuova rappresentazione coerente della Storia, che è d’un tratto apparsa priva di una trama preordinata com’era quella dell’opposizione fra gli alleati occidentali e il blocco comunista.
Dall’altro, invece, la globalizzazione economica, culturale, comunicativa e politica ha eroso le distanze trasformando drasticamente le tradizionali strutture mentali e accrescendo l’insicurezza.
Perdita dell’identità, ansia, paura dell’altro, ripiego nella religione e nel nazionalismo: i sintomi del nostro tempo hanno tutti incominciato a manifestarsi nell’ultimo decennio del secolo appena trascorso.

Di fronte a un mondo che appare sempre più caotico e privo di una guida, le teorie del complotto recano quindi con sé il fascino di poter ripristinare un ordine e di poter ricondurre ogni tragedia alla volontà occulta di un gruppo di individui malvagi (i cospiratori), spinti da sete di potere, denaro o, più semplicemente, dal fatto di essere l’incarnazione stessa del male.

Il cuore della mitologia di X-Files, ovvero il complotto governativo per celare la presenza extraterrestre, è una formidabile metafora dell’impotenza dell’uomo contemporaneo davanti ai misteriosi ingranaggi che sembrano reggere la Storia: cosa c’è, infatti, di più sconvolgente e ingovernabile di un rapimento alieno, dal momento che priva l’individuo della possibilità di controllare non soltanto gli eventi, ma addirittura il proprio corpo?

Durante il primo ciclo di X-Files, il filone alieno era poi accompagnato da episodi per lo più a sé stanti sulle oscure diramazioni della grande cospirazione: mostri, fobie tecnologiche, attività paranormali, ossessioni, insomma un vero catalogo dell’orrore che preludeva al ritorno nelle nostre vite dell’elemento magico, irrazionale ed esoterico.
L’affannosa ricerca della verità intrapresa dagli agenti Fox Mulder e Dana Scully simboleggiava così il bisogno di ridonare un senso a ciò che ci circonda riabbracciando il sacro e la spiritualità, dato che il vuoto lasciato dalle ideologie del Novecento, improvvisamente ridimensionate dopo il 1989, non era stato colmato dalle vecchie forme di religiosità.

La crociata di Mulder contro la cospirazione del Consorzio si scontrava però con i continui insabbiamenti per nascondere la verità. Il motto I want to believe (voglio crederci) esprimeva perciò la rassegnata constatazione che, essendo la verità introvabile, credere diventava l’unica scelta possibile.
A differenza del primo ciclo di X-Files, tuttavia, nella nuova stagione Mulder non è più il solo a elaborare teorie speculative: nel primo episodio è contattato, insieme a Scully, da Tad O’Malley, conduttore di un popolare programma di controinformazione sul web che, proprio grazie alla diffusione di allarmanti teorie del complotto, è riuscito a guadagnare cospicue somme di denaro.

Nella nuova età della paranoia, infatti, pullulano i presunti paladini della “Verità”, da Alex Jones (il fondatore del più seguito sito cospirazionista in America, infowars.com, e chiara fonte di ispirazione per il personaggio di O’Malley) a David Icke, guru new age di cui ho fornito un breve ritratto in questo articolo.
Negli anni Dieci, in buona sostanza, il complottismo è entrato nel mainstream, basti pensare al fatto che ben il 61% dei sostenitori di Donald Trump non crede che Barack Obama sia nato negli Stati Uniti, un maldicenza che lo stesso milionario ha propagato in passato per contestare la legittimità del primo presidente nero nella storia americana.

Ed è proprio questo il segno più preoccupante della nuova età della paranoia: il prisma del sospetto è ormai ritenuto da milioni di americani l’unico mezzo possibile per interpretare la realtà e dotarla di senso.
Ne derivano livelli mai raggiunti di sfiducia e alienazione politica.
Il complottismo non è più, come negli anni Novanta, una roba da nerd, innocui ma un po’ spettrali, che ritagliano meticolosamente pezzi di giornale cercando di collegare eventi fra loro.
Oggi è un’ideologia a pieno titolo, in grado di mobilitare minoranze impaurite, estremizzate e talvolta persino armate, come le cosiddette “milizie”. Nemmeno Fox Mulder sarebbe riuscito a prevederlo e credo che ne sarebbe lui stesso spaventato.

Jacopo Di Miceli

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