Il mio boss: cronaca di un concerto a Milano

Il mio boss: cronaca di un concerto di Springsteen a Milano

Quella di Domenico - ve ne accorgerete - non è una cronaca a puntate, è un rosario. E del rosario ha le caratteristiche: la lunghezza, la partecipazione intima, il senso del sacro.
Lo interrompo (tranquilli, ho il suo permesso) per raccontare quella che è stata la mia piccola epifania - sono sempre parole di Dome. È un post estremamente personale, spero non annoi.

Sono andato a San Siro da infedele e ne sono uscito clericale. Mesi fa il mio amico Lorenzo Naddeo mi prese il biglietto, senza conoscermi e con la sola raccomandazione di un altro amico, al secolo Lorenzo Galloni (da ora in poi, Gallo): non sapeva che prestava il fianco a una sfida.
Da buon rompiballe quale sono, avevo deciso di mettere Bruce Springsteen alla prova. Tutti ne parlavano, tutti ne magnificavano i concerti, per tutti era imprescindibile.

Io Springsteen lo conoscevo così così, e francamente ero molto scettico. Mi ero addirittura avventurato in un'aspra discussione facebook con qualche springsteeniano della prima ora.
Il mio agnosticismo critico veniva liquidato alla voce "abnorme scempiaggine", e nulla poteva la mia impressione sul rocker del New Jersey: “È bravo ma le sue canzoni mi sembrano un po’ tutte uguali”.
Mi ero addirittura inerpicato in una critica musicale, spolverando quei tre o quattro rudimenti di teoria compositiva che un ex chitarrista come me è portato a (presumere di) conoscere.

“Dai, andiamo a vedere se è tutto questo fenomeno”.

Partiamo da Torino alle tre: ci troviamo sotto casa di Lorenzo. Siamo io ed Eugenio, un amico arbitro con la fidanzata bellissima: Euge è genuino ed esplosivo, il compagno ideale per qualsiasi cosa. Ma dove cazzo è Naddeo? Eccolo che scende, imbaccuccato come un inuit.
- “Ma che ti piglia?”
- “Baffanculo”
- “Zei un bo' raffreddado?”
- “Baffanculo. È da ottobre che aspetto ‘sto concerto e sto male da cani”.

Di Gallo intanto nessuna traccia. Nessun tram in arrivo dal Poli, partiremo con tre quarti d’ora di ritardo.

Arrivati in quell’inno alla desolazione che è l’uscita di Lampugnano, nella periferia meneghina, parcheggiamo evitando di pagare il pizzo ai parcheggiatori abusivi. E dire che sono organizzati, con tanto di pettorina gialla e finto blocchetto di ricevute: professionismo.
Intanto Lorenzo si è silurato una dose di antibiotico che basterebbe a far partire chiunque altro per il Vietnam: ora parla in maniera quasi umana. Facciamo il biglietto per la metro e arriviamo all’ippodromo.
San Siro appare dopo una camminata di venti minuti, e per qualcuno di noi è la prima volta: un bestione silenzioso, un gigante grigio che sbuffa solennità da ciascuna delle spirali che portano al terzo anello.

Euge è il primo a buttarla lì: “Pensa che bello, magari un giorno arbitrare lì dentro”.
Le mie ambizioni giornalistiche fan capolino: “Ti potrei commentare io…”
“Certo. E io gioco, col numero 10” ci fredda Gallo: capiamo in quel momento di essere due imbecilli.

Entriamo a fatica e troviamo un cantuccio in piccionaia, abbastanza centrale. Saremo a trecento metri dal palco, e Lorenzo sbuffa: lui è un purista, uno di quelli che compra i vinili da collezione. Si è già fatto il Boss una volta, e nel suo tabellino ci sono già Police, Stones e un monumentale Roger Waters in The Wall Live: è di gran lunga il più competente di noi – ma anche Gallo non scherza.
Aspettiamo tre ore. San Siro si riempie piano piano, ed è caldo come un boiler: applausi ritmati, la ola che parte ogni cinque minuti, gente di tutte le età. Ragazze fresche come la primavera, cinquantenni con la pelata, ragazzi di trent’anni, signore coi capelli bianchi, le forme scomparse e la maglietta del 1985.
Inizia a venirmi il sospetto che non si tratterà di una roba da tutti i giorni.

Quando l’imbrunire avvolge le tribune, salta fuori la E Street Band. L’ultimo puntino nero con la chitarra gialla è lui.
Inizia a pestare sulla sua Fender come un indemoniato: l’impianto fa schifo, le prime canzoni hanno una equalizzazione pietosa, con gli alti distorti e i medi impercettibili.
Migliorano un po’ alla quarta traccia, ma paradossalmente la musica è il minor problema.
Non che le canzoni siano brutte o poco importanti: il punto è che l’atmosfera è soverchiante. Mi trovo davanti sessantamila persone che ruggiscono, si muovono a tempo come se avessero studiato la coreografia.
Cantano in tantissimi: il Boss non può iniziare una qualunque canzone che lo stadio lo accompagna, lo sostiene, duetta con lui. Non avevo visto niente di simile in nessun altro concerto prima.

Quando partono i pezzi veloci (come We take care of our own) tutti – parterre e tribuna – saltano e si dimenano. E San Siro trema! Trema sensibilmente.
Io e i miei tre amici ci troviamo attaccati alla balaustra senza nemmeno sapere perché: non c’è più la febbre di Lorenzo, non c’è più la giornata di studio di Gallo, nemmeno gli allenamenti mattutini di Euge. Siamo tutti lì, a saltare abbracciati per quel puntino sul palco.
Già, lui: un pazzo tarantolato. L’energia. In tre ore e quaranta di concerto ne combina di tutti i colori: prende pupazzetti dal pubblico (uno, gonfiabile, con la sua faccia appiccicata sopra e con una chitarra di cartone: lui ci gioca davanti alla telecamera, fingendo che a cantare sia il bambolotto); tira sul palco i bambini e li fa cantare Waitin’ on a sunny day; prende di peso una ragazzina e balla con lei, un’altra la manda a ballare con Jake Clemons, il sassofonista nipote del compianto Big Man Clarence – “Go to dance!” le intima.

Fa toccare la chitarra mentre suona, dà dei “cinque” poderosi al pubblico assiepato nel pit; varia la scaletta a seconda delle richieste che arrivano sul palco tramite i foglietti del pubblico.
Non credo ai miei occhi.
Prende il microfono e parla italiano più di una volta: arringa San Siro, sprona gli italiani a non mollare di fronte alle difficoltà, cambia addirittura la strofa di Born to run da “ten years” a “four years”, con riferimento alla crisi.
Io sono allibito di fronte a un tale animale da palcoscenico.

E non facciamo in tempo a dire “Vorrei facesse questa, vorrei facesse quella” che lui – incredibilmente – la esegue, tanto che esaurisce la misera tracklist delle mie conoscenze prima dell’ultimo brano del concerto. Io e Euge abbiamo abbandonato ogni ritegno, e siamo arrampicati sulla balaustra del terzo anello a torso nudo, sventolando le nostre magliette.

Quando rientra per gli encore le luci si accendono, illuminando una platea instancabile, che batte le mani e si esalta, fino alla chiusura con Twist & shout.
Sfolliamo con le orecchie dolenti e gli occhi brillanti. Non lo sappiamo ancora, ma ci aspetta un’ora di camminata: quei geni della metro di Milano han fatto che chiudere baracca e burattini. Pazienza: passeggiamo bofonchiando, fino a che non mi sorpassano due tizi di corsa.
Una figura è familiare: “Dome! Che ci fai qui?”.

Ci eravamo già visti e sentiti a San Siro, via cellulare: lui in coda davanti ai bagni e io a salutarlo dal terzo anello.
- “Eh, ho mollato la macchina lontano e sto andando a prenderla di corsa. C’è mia madre ancora allo stadio con il papà di Cesco. Vuoi mica che gli faccia fare cinque chilometri a piedi alle due del mattino?”.
- “Certo che è assurdo, ti trovo qui di corsa in ’sta via sfigata…”
- “Umba, ma non l’hai ancora capito? Col Boss le coincidenze mica esistono!”.

Umberto Mangiardi

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