Il Bretzel Meccanico: analisi del Bayern di Guardiola (sognando un Bayern-Barça)

Il Bretzel Meccanico: analisi del Bayern di Guardiola (sognando un Bayern-Barça)

IL FATTO
Sono le 22.40 di martedì 21 aprile 2015 e il Bayern Monaco ha appena raggiunto le semifinali di Champions League per il quarto anno consecutivo eliminando un buon Porto al termine di due partite profondamente diverse l’una dall’altra.
Il Bayern scendeva infatti in campo per recuperare il match d’andata che, complicatosi prima per via di una estesa lista di infortuni (erano indisponibili Robben, Ribery, Xavi Martinez, Schweinsteiger e Alaba) e poi per qualche goffaggine di troppo nei pressi dell’area di rigore, aveva giustamente visto prevalere i portoghesi per 3-1.
Chi si aspettava un match di ritorno tirato e magari la sorpresa (se il Bayern fosse stato eliminato, di sorpresa si poteva certamente parlare), è rimasto deluso.
Bayern Monaco 6 – Porto 1.

COME SI È SVOLTA LA PARTITA
È difficile mettere in parole la prestazione della squadra di Guardiola: una prova di forza, violenta nel suo geometrico furore e nella sua efficacia, di una bellezza stordente.
Guardiola ha schierato i suoi con uno dei suoi classici: un 4-3-3 che vedeva Bernat e Rafinha esterni di difesa e Lahm, as usual [1], interno di centrocampo insieme ai due spagnoli, Xabi Alonso e l’ex canterano Thiago Alcantara. Götze e Müller agivano da esterni attorno al pivot Lewandoski.
Il Bayern del primo tempo è probabilmente l’esperimento calcistico più arduo degli ultimi 10 anni, ancor più del Barcelona dello stesso Guardiola perché, pur non disponendo di nessun supercampione alla Messi, l’allenatore catalano è riuscito ad applicarne gli stessi concetti di gioco. In un certo senso si è indotti a pensare che questa squadra sia addirittura migliore del Barcelona 2011 – quello della seconda Champions guardiolista con Villa, Messi e Pedro – perché quel Barca soffriva già della dipendenza cronica dal n.10 argentino che poi ha compromesso in parte la prosecuzione e l’evoluzione del progetto barcelonista negli anni seguenti, mentre il Bayern oggi sembra poter fare a meno anche del suo asso, Robben.
Mantenendo il paragone, forse quel secondo Barcelona di Guardiola era più forte nell’undici titolare, ma questo Bayern è migliore e ha più soluzioni di gioco. 
E la partita di oggi ne è stata la dimostrazione.

(Se invece vi state chiedendo del Barca 2009, la risposta è semplice: quella squadra, con il tridente Messi-Eto’o-Henry, è la più forte di tutte, no contest.)

UNA SQUADRA IN MOVIMENTO
La prima cosa che colpisce nelle squadre dell’allenatore catalano è il movimento: i suoi giocatori sono addestrati a compiere movimenti geometrici con e senza palla e questo stordisce lo spettatore oltreché gli avversari. Una delle conseguenze è che rimane molto difficile interpretare il reale sistema di gioco adottato da Guardiola: per esempio, questa sera di sicuro ha utilizzato la difesa a 4 nel primo tempo.
Davanti, però, era difficile dire se giocasse davvero a blocchi di 3. E, per quanto riguarda il secondo tempo, Adani (ex Brescia e Inter e commento tecnico di Sky) ha a un certo punto chiamato la difesa a 3 per i bavaresi, ma l’impressione era che si trattasse solamente di una fase transitoria di gioco.
A riprova di ciò, credo sia impossibile trovare una sola inquadratura capace di riprendere i tedeschi fermi e in posizione di attesa e riuscire a dedurre da quel fermo immagine lo schema base.

Come molto spesso accade alle sue squadre, anche il Bayern di questa sera era letteralmente deformato dall’applicazione di un pressing esasperato già nella metà campo dei portoghesi.
La difesa altissima, ben oltre, in certi casi, la metà campo, costringeva i tedeschi a giocare praticamente senza fuorigioco e con il rischio che ogni palla persa si trasformasse in un contropiede letale.
Non sembrava un problema perché la palla circolava con la consueta rapidità e leggerezza grazie ai perfetti meccanismi che portano ogni volta il giocatore con la palla ad avere sempre due/tre soluzioni di scarico.
Il Bayern non gioca soltanto in perenne spinta in fase di possesso, ma è alla costante ricerca della palla quando questa si trova nei piedi degli avversari. In questo Guardiola mette in pratica due concetti già adoperati nella sua esperienza catalana: 1) se la palla ce l’abbiamo noi gli altri non possono farci del male e 2) la palla va recuperata “più alta possibile”.
È chiaro, a livello teorico siamo bravi tutti: il calcio, pensato in questi termini, è non soltanto bellissimo, ma tremendamente ovvio. Il talento di Guardiola sta probabilmente nel convincere i suoi giocatori a mettere in pratica un gioco di simile complessità e poi nel riuscire a comunicare efficacemente tutti i movimenti necessari affinché il sistema riesca.
(Bravo Guardiola, ma in panchina non sta fermo un attimo, neanche sul 5-0.)

IL PRIMO TEMPO
Dal 13’ al 39’ del primo tempo i tedeschi hanno segnato 5 reti, di cui le prime tre di testa. I gol di testa, specie se su palla inattiva, danno sempre l’impressione di una casualità, ma questa sera proprio no.
Nei primi quaranta minuti il Bayern ha piazzato tutti i suoi uomini nella metà campo del Porto e ha impedito loro qualsiasi tentativo di resistenza attiva.
Ha quasi sempre attaccato sul proprio lato sinistro, dove Götze (non una gran serata la sua) e Bernat puntavano il centrale riadattato a destra Reyes, sostituito per disperazione al 32’. Il fatto che i goal siano arrivati di testa (precisamente: il primo su cross dalla sinistra di Bernat per l’inserimento di Thiago Alcantara; il secondo su carambola da calcio d’angolo con conclusione di Boateng; il terzo con Lewandoski pronto a insaccare un bel cross dalla destra di Lahm) è stato perciò il risultato di una razionale strategia di gioco che imponeva l’uno contro uno sugli esterni e un gran numero di uomini nell’area avversaria in attesa del passaggio.

Per mettere in campo un sistema di questo tipo Guardiola ha naturalmente bisogno dei suoi giocatori: non nel senso di calciatori già allenati o conosciuti personalmente – in questo Bayern soltanto Thiago Alcantara proviene dal Barcelona.
A Guardiola preme la funzionalità perché è un organicista, un tecnico che crede nel collettivo (di qualità, per carità) e che lo sa valorizzare tecnicamente come nessun altro al mondo.

Ora potrei incominciare un lunghissimo elogio degli acquisti di Bernat, un terzino di 22 anni prelevato dal Valencia che si sta dimostrando utilissimo su tutta la catena di sinistra bavarese; o di Thiago Alcantara, l’erede di Iniesta che ancora aspetta la sua consacrazione a causa della cosiddetta sfiga seriale che lo ha fatto sembrare molto simile al nostro Giuseppe Rossi o al mitico Luis Nazario da Lima; o ancora provare a spiegarvi come abbia fatto – Guardiola, e chi sennò? – a trasformare il trentenne Lahm, straordinario terzino campione di tutto con Bayern e Germania, in un tuttocampista capace di proiezioni offensive che dovrebbero essere patrimonio soltanto di chi esegue quei gesti da anni.
Potrei, ma sarebbe troppo facile esaltare quel tipo di trovate, quel tipo di giocatori e quel tipo di gioco.

Il grande merito del nuovo Guardiola è l’aver realizzato la coesistenza tra il suo gioco e il centravanti acquistato l’anno scorso dal Dortmund, Lewandoski, dimostrando in questo di aver imparato la lezione dall’esperienza con Ibrahimovic a Barcelona.
Si tratta di una vicendevole sublimazione. A Lewandoski non basta fare goal a raffica, perché Guardiola gli chiede di spendersi in un buon pressing per il recupero palla. E nonostante ciò, si può dire che l’ex Dortmund compia il proprio capolavoro quando la palla passa ai tedeschi.
Prima di tutto, è autore di una serie di movimenti pressoché infiniti su ogni lato dell’attacco con l’obiettivo di creare spazi per gli inserimenti dei propri compagni (a esempio di ciò, il primo goal: Thiago Alcantara segna con un perfetto inserimento a centro area).
In secondo luogo, Lewandoski si muove e agisce da regista d’attacco prendendosi carico di quasi tutte le palle alte che poi addomestica e gira ai suoi compagni permettendo una rapida transizione tra difesa e attacco.
Così Guardiola ha perfezionato il sistema che a Barcelona aveva prodotto vittorie e spettacolo in serie mostrando però sul lungo periodo (3-4 anni) le prime rughe (Chelsea-Barcelona, semi UCL 2012: do you remember?) e ora la sua squadra dispone di un’ulteriore arma offensiva.
Che poi l’arma in questione sia proprio Lewandoski – molto più bravo dell’ex centravanti del Bayern, ora all’Atletico, Mandzukic, scartato proprio da Guardiola alla fine della stagione scorsa – è tanto di guadagnato, ma non sminuisce l’abilità e l’intelligenza del tecnico dei bavaresi nel modificare il proprio credo calcistico e renderlo perfetto per i giocatori a disposizione, cosa che non gli era riuscita cinque anni fa quando prelevò Ibra dall’Inter.

IL SECONDO TEMPO
Il secondo tempo è trascorso in maniera piana fino al 73’, quando J. Martinez, l’attaccante del Porto, ha segnato su una bell’azione dei suoi compagni sulla destra.
Per qualche minuto all’Allianz si è respirato un clima di tensione, con lo stesso Martinez che tre minuti dopo ha sfiorato il 5-2 che avrebbe reso infernale l’ultimo quarto d’ora dei tedeschi (con il 5-3 sarebbe passato il Porto).
Il Bayern aveva abbassato il proprio baricentro nel secondo tempo, abolendo il pressing totale dei primi 45’ e cercando di gestire la palla. Il Porto è una buona squadra e ha punito quest’atteggiamento un po’ superficiale.
Xabi Alonso su punizione ha ristabilito le distanze all’88’, quando però la partita aveva ormai perso ogni possibilità di capovolgimento. 

E ORA? LE POSSIBILITÀ DEL BAYERN IN QUESTA CHAMPIONS LEAGUE
Può questo Bayern essere messo in difficoltà e battuto dalle altre regine d’Europa? Tra Barcelona, Juventus e Real, la sfida più interessante è proprio con i catalani, nel caso l’urna di Nyon decidesse in questo senso.
I catalani e i bavaresi sono due squadre simili: grande possesso, pressing, difesa alta, grandi individualità. La mano di Guardiola certamente non è svanita del tutto tra i suoi ex giocatori.

Il confronto potrebbe essere interessante per osservare uno dei grandi temi del calcio ovvero lo scontro tra collettivo e solisti in uno sport di squadra.
Nonostante siano due squadre in grado di giocare molto bene a livello collettivo, non c’è dubbio che il Bayern abbia qualcosa in più sotto questo altro punto di vista. Il Barcelona, forse a causa dell’enorme talento di cui dispone in attacco, si affida in certe situazioni molto di più all’estro di Messi e Neymar o alle sfuriate di Suarez.

Non do vincente per partito preso il Bayern: molto dipenderà dalla (buona o meno) riuscita dei rispettivi pressing. Se anche il Barcelona riuscirà a soffocare le iniziative di gioco dei tedeschi – sono sicuro che il caso contrario si verificherà molto più spesso –, avrà probabilmente fatto abbastanza per meritare il passaggio del turno.
Chi perde il controllo del centrocampo – il pressing per queste due squadre si svolge lì – perde la partita.
Chi prevarrà?
L’organicista Guardiola o la fede blaugrana nel genio del suo ex numero 10?

Maurizio Riguzzi 
@twitTagli

[1] È stato Guardiola a reinventare Lahm a centrocampo. E questo non perché il giocatore avesse bisogno di nuovi stimoli o di migliorare le sue prestazioni. Si è trattata di un’intuizione di Guardiola.

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