Guerra al Califfo: perché sì e perché no

Guerra al Califfo: perché sì e perché no

20 ottobre 2014 – Montreal, Canada
15 dicembre 2014 – Sydney, Australia
11 gennaio 2015 – Parigi, Francia
27 gennaio 2015 – Tripoli, Libia
29 gennaio 2015 – provincia del Sinai, Egitto
15 febbraio 2015 – Copenhagen, Danimarca
20 febbraio 2015 – Derna, Libia
18 marzo 2015 – Tunisi, Tunisia
20 marzo 2015 – Sana’a, Yemen
12 aprile 2015 – provincia del Sinai, Egitto
3 maggio 2015 – Dallas, Stati Uniti
29 maggio 2015 - Dammam, Arabia Saudita
5 giugno 2015 – Diyarbakir, Turchia
17 giugno 2015 – Sana’a, Yemen
26 giugno 2015 – Susa, Tunisia
26 giugno 2015 – Kuwait City, Kuwait
11 luglio 2015 – Il Cairo, Egitto
20 luglio 2015 – Suruç, Turchia
7 agosto 2015 - Abha, Arabia Saudita
2 settembre 2015 – Sana’a, Yemen
24 settembre 2015 - Al-Bilili, Yemen
10 ottobre 2015 – Ankara, Turchia
24 ottobre 2015 – Dhaka, Bangladesh
31 ottobre 2015 – provincia del Sinai, Egitto
12 novembre 2015 – Beirut, Libano
13 novembre 2015 – Parigi, Francia

Gli attacchi compiuti da Daesh (Isis) nel corso dell’ultimo anno, di cui qui vi forniamo un elenco ahimè non esaustivo, abbracciano ormai tutto il globo, dal Nordamerica all’Oceania, da Copenhagen allo Yemen, da Parigi al Bangladesh, senza contare la Nigeria, dove Boko Haram si è de facto affiliato al Califfato.
Dopo gli ultimi attentati nella capitale francese, il presidente Hollande ha apertamente parlato di guerra all'Isis.

Che fare, dunque? Stare a guardare aspettando un angelicarsi dell'umanità appare una pia speranza ed altrettanto illusoria è la soluzione diplomatica: i seguaci del Califfo perseguono un’ideologia nichilista che non ammette compromessi.

Tuttavia, anche l’opzione bellica è irta di incognite. Proviamo perciò ad analizzare le implicazioni di un intervento armato, sul terreno, in Siria e – chissà – anche in Iraq, soppesando gli elementi a favore e quelli contrari.

 

PERCHÉ INTERVENIRE

1) Perché saremmo dovuti intervenire già nel 2014. Abbiamo assistito inerti al genocidio degli yazidi, macchiandoci della stessa indifferenza che negli anni ci ha portato a pentirci di non aver fermato i genocidi in Ruanda e nella ex Jugoslavia.
Porremmo così fine alle violenze contro la popolazione locale e favoriremmo il rientro dei profughi nella loro patria.

2) Perché la situazione è molto diversa da quella dell’Iraq di Saddam, checché ne dicano certi osservatori. Certo, fu l’invasione spaccona di Bush a provocare la nascita dell'Isis, ma adesso in Siria (e anche in Iraq, non dimentichiamocelo) l'Isis c'è già. Insomma, è difficile immaginare uno scenario peggiore dell’attuale.
Semmai, se proprio vogliamo rievocare un parallelismo, il più appropriato sarebbe quello con l'Afghanistan, dove i talebani ospitavano e alimentavano a loro volta una rete terroristica.

3) Perché non abbiamo altra scelta che appoggiare Assad, per quanto sia un’alleanza incresciosa per la nostra moralità. L’unico argine al fondamentalismo islamico sono le forze locali.
La politica di Washington, tanto quanto quella di Tel Aviv, ha perseguito interessi diversi da quelli europei, ed è ora forse di liberarci degli schematismi novecenteschi di contrapposizione dei blocchi.

Siamo abituati a pensarci dalla medesima parte della barricata degli Stati Uniti: di qua noi, di là il resto del mondo capitanato dall'URSS. I mutamenti in questa visione sono macroscopici: non solo, a differenza del pre-1989, è cambiata la natura socio-geopolitica della Russia, ma si è creato un nuovo centro di interessi, l'Unione Europea. Che poi quest'ultima sia debole, confusionaria e divisa è un altro paio di maniche: per esserci, c'è; ed essendoci, matura di conseguenza suoi interessi particolari, non per forza concordi con lo Zio Sam.

I soli interlocutori validi per instaurare una "pace" mediterranea sono i rappresentanti del nazionalismo arabo, che professano idee laiche, finanche socialiste. Il libico Gheddafi, i faraoni egiziani Nasser, Sadat e Mubarak, l’iracheno Saddam Hussein e l'ultimo, non ancora detronizzato, il siriano Assad, sono certamente dittatori sanguinari e avidi, eppure sono fatalmente necessari nell'area.
Si può quindi guardare con interesse alla forza russa e alla politica di Vladimir Putin, che può sembrare brutale, ma è quanto meno priva di quella ambiguità dimostrata da Usa, Turchia, Israele, emiri della penisola arabica.

Sì, anche Israele: senza cadere in tentazioni complottiste e complottarde, possiamo quantomeno ipotizzare che ad Israele l'esistenza di Daesh non dispiaccia poi così tanto. Non sarebbe la prima volta che (almeno i falchi del)la Stella di Davide si giovano di un'esponente radicale tra le fila islamiste.
In altre parole, un attore che impersona "il musulmano cattivo" fa il gioco di Israele, tanto più che Daesh è sunnita. Michael Oren, ex ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, un anno fa dichiarò infatti di preferire che "il male sunnita prevalesse" su quello, ritenuto maggiore, dell'Iran sciita e dei suoi alleati regionali. Questa visione non è isolata: d'altronde finché l'Iran è impegnato a combattere i sunniti, non ha la forza di toccare Israele.  
Così, anche Teheran e Hezbollah si tramutano in possibili partner da sostenere sul campo per eliminare definitivamente e senza esitazione la minaccia dell'Isis.

 

PERCHÉ NON INTERVENIRE

1) Perché non sarebbe una guerra risolutiva. Se anche Daesh fosse sconfitto, e comunque non accadrebbe in meno di un anno, l’Europa rimarrebbe esposta agli eventuali attacchi dei numerosi infiltrati. Bisogna riflettere su un nuovo modus operandi nei conflitti del ventunesimo secolo. Non basta più avere un esercito più forte dell'altro, ma disporre di un'intelligence micidiale che sventi gli attentati.

2) Perché la soluzione passa da un diverso approccio generale. Dobbiamo preoccuparci di combattere le ragioni, in primo luogo le disuguaglianze sociali, che in Europa spingono così tanti giovani, immigrati o persino di seconda generazione, a sposare la causa dell’estremismo islamista.
Inoltre, dobbiamo piantarla di destabilizzare il Medio Oriente nel tentativo di controllare le risorse naturali.

3) Perché prima di bombardare unilateralmente, come sta facendo la Francia, occorre una strategia. Si sconfigge il califfo, e poi magari si origina un’altra guerra civile tra le componenti religiose della Siria (curdi, sciiti, sunniti, cristiani), o una con la Turchia, ostile alla prospettiva di uno Stato curdo ai suoi confini. Oppure vince Assad, che riprende la sua politica repressiva. E poi c'è Hezbollah, e c'è l'Iran con cui l'Europa ha appena chiuso un accordo. Per non parlare degli interessi nell'area di Russia e Cina.

Il problema è che finora il fenomeno terroristico è stato sfruttato da tutti i contendenti, che hanno cercato di trarre il maggior vantaggio possibile dalla presenza di Daesh in Mesopotamia, in alcuni casi finanziandolo, in altri combattendolo. Così facendo, lo si è sistematicamente sottovalutato, pensando di poterne beneficiare a proprio uso e consumo nel contesto di strategie economiche e/o politiche.
Adesso, però, il gioco è sfuggito di mano, e c’è da chiedersi se i vari attori della partita  abbiano seriamente intenzione di rinunciare ai propri calcoli opportunistici e di affrontare il califfato per quello che è: un burattino ormai senza fili, con potenzialità infinite date dalla rete di cellule sparse per il pianeta.

4) Perché più bombardiamo, più ci inimichiamo l’opinione pubblica musulmana della regione, e non solo. Le inevitabili vittime fra i civili, nonché la concreta prospettiva di mantenere truppe sul territorio fino alla sua pacificazione (obiettivo tutt’altro che agevole, come insegnano Iraq e Afghanistan) potrebbero portare a un’ulteriore radicalizzazione e, nel futuro, persino a una recrudescenza dello jihadismo.

5) Perché i Paesi occidentali, in quanto democrazie, non possono permettersi di condurre una guerra "no matter what" senza fare i conti con l'opinione pubblica e con le elezioni, e senza considerare le ricadute economiche a breve termine dello sforzo bellico.

Redazione Tagli

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