Gabriel Garcìa Màrquez: quello che fu, quello che non era più

Gabriel Gàrcia Màrquez

Gabriel Garcìa Màrquez è morto il 17 Aprile 2014 ma, in verità, lo scrittore colombiano non era più con noi da diverso tempo: le condizioni criticissime di salute e l’Alzheimer l’avevano reso negli ultimi anni un guscio vuoto che un tempo aveva contenuto contemporaneamente uno scrittore, un giornalista, un marito devoto, un poeta dell'anima, un uomo acceso dagli ideali e uno dei più cari amici di Fidel Castro.
Vivevano tutti lì, in quest'uomo che aveva l’aria di un nonnetto buono e, come tutte le persone dall’aspetto un po' banale, rivelava di possedere un milione di sfaccettature interiori.

Classico scrittore che si ama o che si odia – o che, in taluni casi, può addirittura annoiare a morte – prima di diventare una delle maggiori teste del Realismo Magico e Premio Nobel per la letteratura, nasce come reporter e critico cinematografico per diverse testate.
In effetti, rimarrà -pure- un giornalista fino alla vecchiaia, anche se non saranno opere giornalistiche (come Notizia di un sequestro del 1996, ispirato alle interviste concessegli da 10 persone sequestrate dal narcotrafficante Pablo Escobar) a scolpirne la caratura; questo compito toccherà ai romanzi, a storie brodose ma incendiarie dell’anima come Cent’anni di Solitudine e L'Amore ai tempi del Colera. Gli daranno fama mondiale, complici i rifacimenti cinematografici.

Amore tempi colera

Troppo amico di Fidel Castro per essere devotamente amato dagli Stati Uniti e per crescere unicamente come reporter, non abbandona il vizio di parlare di storia – in primis ovviamente di storia colombiana – nei suoi libri, anche se alcuni hanno criticato l’immagine tutta pizzi e carrozze che ha dato del suo paese, come se non fosse riuscito a stare al passo coi tempi.
Ma Gabo i tempi li conosceva e lottava per loro, sostenendo i politici in cui credeva (Castro in assoluto, e Chavez in modi più moderati) e protestando sanguignamente contro altri.
Quando Salvador Allende morì, Marquez annunciò il suo ritiro dalla letteratura per dedicarsi al giornalismo sul campo e lanciare un grido di protesta contro Pinochet: sarà un grande contestatore – contro i nemici dei diritti umani, in Cile per esempio – e un grande sostenitore di ogni cosa che credeva buona e giusta.

Quando si dedicò al giornalismo, divenne il suo padre telegrafista, pragmatico e terreno; ma quando scriveva romanzi, diventava sua madre, la chiaroveggente. E infatti nascevano personaggi che leggono il futuro, parlano con gli spiriti e sono posseduti dal demonio.
Così nasce il Marquez dell’amore, quello delle storie decennali che trovano la loro magnificenza nel tempo che scorre, e scorre, e scorre senza che nulla cambi, uno dei temi che più piacciono a Gabriel.
Amori difficili ma immensi, come quello tra lui e la moglie Mercedes, incontrata tredicenne e mai più lasciata.
Il loro amore si intreccia alla storia del loro Paese, e di tutti i Paesi che incontrano; questo sarà determinante per l’incontro con Fidel Castro, per l’ingresso di Garcìa Màrquez nel mondo letterario e per il semplice farlo rimanere sempre a galla, aspetto di cui la fedele Mercedes si occupava in modo esclusivo.

Così accade che nonostante le sue mille battaglie politiche, le inchieste fredde ed equilibrate ed il suo essere un uomo che, di fatto, voleva continuamente cambiare le cose e renderle migliori, ciò per cui lo ricordiamo di più sono i suoi libri in cui tutto scorre lento e nulla cambia: la realtà non diventa mai né migliore né peggiore, semplicemente si accoccola su se stessa e rotola in avanti.

L'amore ai tempi del Colera

Sono celebri i suoi ritratti di personaggi che nascono e avvizziscono senza perdere di vista un punto, minuscolo ma inestimabile, che diventa stella del loro sistema solare: spesso questo centro di gravità è un amore (di Cayetano per Sierva Maria, di Fiorentino per Fermina, di Aureliano e Petra) che pulsa, più che nelle parole, nelle immagini di un sentimento spesso folle, visionario, mostruosamente nudo e deforme.
Come quello del prete Cayetano, che si innamora della “strega” Sierva Maria e che - all’apice del suo amore per lei - prende alcuni oggetti della ragazza e si mette a baciarli e parlare loro in esametri osceni (Dell’amore e d’Altri Demoni, pag. 103).
I romanzi di Garcìa Màrquez sono colmi di frasi potenti; ma sono istanti come quello appena descritto (uomini talmente sopraffatti dal loro sentimento da diventare disumani e pietosi) che ci rimangono impressi, perché "nulla è più affascinante dell’annichilimento a causa dell’amore della - supposta- grandezza umana".

Viene da piangere a pensare che il Gabo degli ultimi anni fosse stato sopraffatto dal suo corpo nello stesso modo implacabile in cui i suoi personaggi vengono sopraffatti dalle loro emozioni, ma senza un risvolto dolce e solenne: a Gabo non sono stati concessi i novant’anni di saggia autoriflessione del protagonista di Memoria delle mie Puttane Tristi, né la senilità colma di riscatto di Fiorentino Ariza ne L’Amore ai Tempi del Colera.

I suoi ultimi anni sono invece stati di implosione dell’Io e di parti di memorie di vita che, scampolo dopo scampolo, gli venivano sottratte via da una malattia disonorevole e ignobile.
È ragionevole pensare allora che il Gabriel Garcìa Màrquez dalle cento vite e mille sfaccettature – e un solo, eterno amore – non ci fosse più già da un po’, e che se ne fosse andato ad abitare nei corpi di carta dei vecchietti passionali. Vivi, fino all’ultimo respiro, nelle pagine dei suoi libri.

Silvia Nazzareni
@twitTagli

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