Farhad Bitani, l'uomo che lapidava le donne e ora lotta per la rinascita dell'Afghanistan

Farhad Bitani, l'uomo che lapidava le donne e ora lotta per la rinascinta dell'Afghanistan

Una madre, in ginocchio nella polvere, abbraccia disperata le sue due bambine. Pochi istanti, troppo brevi, che lei e loro vorrebbero eterni. Subito dopo, le corde tornano a legare le mani della donna, il burqa sugli occhi impazziti le impedisce di incrociare un’ultima volta lo sguardo del marito – impassibile in prima fila, le bambine riafferrate per mano e trattenute con forza – che ha chiesto la sua condanna per un presunto adulterio.

Partono i lanci di pietre. Che cosa pensa una persona trenta secondi prima di essere torturata a morte per minuti infiniti? Non immaginiamo il terrore, il dolore, i colpi che rompono prima la pelle e poi gli occhi, il naso, le ossa del cranio. Fino alla perdita dei sensi e della vita. Di fronte, il marito le augura l’inferno. Le bimbe piangono, pallide come fantasmi.

Che cosa pensa quell’essere umano? Deve essersi fatto questa domanda anche Farhad Bitani, che aveva assistito all’esecuzione di quella donna. Racconta lo stesso Bitani a Tempi: “I volti di quelle bambine mi sono rimasti dentro. Le loro grida e quelle della loro mamma mi risuonano ancora nell’anima. Quel giorno ho provato davvero disagio, e ad assistere alle lapidazioni non ci sono più andato. Tanto meno a lanciare le pietre. Perché anch’io, in passato, avevo partecipato alle lapidazioni. Sì, a dodici anni io ho lapidato due donne insieme alla folla”.

A dodici anni. Sembra strano? No, se quella è l’unica realtà che hai conosciuto fin da piccolo. Alle esecuzioni allo stadio di Kabul partecipava la popolazione nel suo complesso, dai più giovani agli adulti.

Il meccanismo di presa di coscienza si innesca e si mette in moto dopo quella lapidazione, ma per arrivare a compimento avrà bisogno di un contesto diverso. A metà degli anni ‘00 Bitani arriva in Italia. Vi resterà, inframmezzando il suo soggiorno nel Bel Paese con i ritorni in Afghanistan, fino a oggi. In uno di questi soggiorni in Afghanistan, sopravvive miracolosamente a un attentato a opera di un commando di talebani. È il 2011.

La mia vita è cambiata – racconta Bitani - nel momento in cui ho cominciato a conoscere un modo di vivere, e di pensare, differente. Perché chi ha sempre soltanto visto e vissuto l’Afghanistan non può che pensare che quella sia la sola normalità possibile: violenza, diritti e doveri completamente diversi tra popolo ed élite, esecuzioni allo stadio”.

Dopo l’attentato chiede e ottiene asilo politico e si trasferisce stabilmente in Italia. Il suo cambio di prospettiva coinvolge anche il suo rapporto con Allah e con l’islàm: “Puntuale, prevedibile e falsa, è arrivata l’accusa di apostasia. Succede spessissimo che la calunnia, infamante e ideologica, di aver abbandonato la fede musulmana colpisca coloro che diventano critici nei confronti dei fondamentalisti. Io non ho fatto eccezione. Non solo non ho abiurato Allah, ma è vero il contrario: posso dire di avere scoperto una dimensione nuova e più profonda della fede”.

In un certo senso, anche Farhad Bitani, il cui padre Qasim Khan è uno dei generali che hanno inflitto all’Armata Rossa l’unica sconfitta militare della sua storia, combatte per l’Afghanistan. Non lo fa con le armi, ma con l’impegno sociale e culturale.
Ne “L’ultimo lenzuolo bianco”, libro interessantissimo e violento pubblicato dall’editore (cattolico!) Guaraldi nel 2014, solleva il velo di Maya che cela la realtà, drammatica, del suo paese. Dai fondamentalisti tutt’altro che scomparsi, ma anzi presenti e attivi nello stesso governo, ai meccanismi perversi che fanno sì che, dei corposi aiuti internazionali, soltanto una parte residuale giunga alla popolazione, “mentre il grosso finisce nelle casseforti degli esponenti della corruzione e del potere tribale”.

Non c’è contraddizione tra la decisione di Bitani di dedicare la propria esistenza alla lotta per i diritti del suo popolo e il suo sostanziale pessimismo sul futuro del suo paese: “L’anima democratica e laica dell’Afghanistan e quella tradizionale, tribale e fondamentalista convivono a tutti i livelli. Il potere non fa eccezione. Queste due forze spingono in direzioni opposte e il risultato è che l’Afghanistan resta immobile, o si muove con tale lentezza da sembrarlo”.

Sulla scena del fondamentalismo, non esiste, secondo Bitani, la possibilità che i vari attori facciano fronte comune: “Non vedo questa eventualità, né a livello nazionale afghano né, tantomeno, a un livello internazionale in grado di coinvolgere tutto il Medio Oriente. La verità è che le singole forze – mujaheddin, talebani, Al Qaeda e così via – sono state create come strumenti e bracci armati di interessi il più delle volte alloctoni ed eterodiretti. Finché utili, sono tenuti in vita e sostentati; poi sono abbandonati senza rimpianto, quando l’interesse contingente tramonta. Ecco perché è assurdo ipotizzare, per esempio, una “sacra” alleanza tra Isis e Al Qaeda”.

Gruppi diversi espressioni di interessi altrettanto diversi, dunque. Ma dai modi drammaticamente simili quando si tratta di usare violenza sulla gente inerme. “Mi si chiede spesso perché i condannati o i prigionieri non si ribellino ai loro aguzzini neanche un attimo prima dell’esecuzione. La risposta è semplice e terribile: se lo facessero, sanno che il boia riserverebbe loro una fine ancora più orribile”.

Farhad Bitani è nato a Kabul il 20 settembre 1986, ultimo dei sei figli di un generale che ha combattuto per liberare l'Afghanistan dalla dominazione sovietica. Dopo la caduta del governo di Najibullah la famiglia si trasferisce a Maimana. Nel 1997 il padre cade nelle mani dei talebani ed è arrestato. Nel 1999 il padre evade dal carcere talebano di Kandahar e la famiglia si trasferisce in Iran. Nel 2002, con l'inizio dell'operazione Enduring Freedom, la famiglia si trasferisce nuovamente a Kabul. Nel 2004 Qasim Khan è nominato addetto militare presso l'Ambasciata dell'Afghanistan in Italia e nel 2005 la famiglia si stabilisce in Italia. Nel 2006 Farhad è ammesso al 188° corso dall'Accademia militare di Modena; completato il biennio in Accademia si trasferisce a Torino per gli studi superiori presso la Scuola di applicazione e Istituto di studi militari dell'Esercito. Nel 2011, durante un periodo di licenza in Afghanistan, è oggetto di un attentato da parte di un commando di talebani e sopravvive miracolosamente. Inizia, o meglio continua, una riflessione sulla propria vita che lo conduce a un radicale cambiamento: depone le armi, chiede e ottiene asilo in Italia, dove inizia un capillare lavoro di informazione e dialogo interreligioso e interculturale. È socio fondatore del Global Afghan Forum, un'organizzazione di giovani afghani residenti in diversi paesi del mondo che lavorano per la costruzione di una comunità umana più istruita, prospera, sicura e giusta.

Andrea Donna
@AndreaDonna

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