Emma Watson e l’irresistibile fascino dell’inadeguatezza.

Emma Watson e l’irresistibile fascino dell’inadeguatezza.

Questo è un articolo in difesa di Emma Watson. O quantomeno finalizzato a capire quanto c’è di vincente nel discorso che la medesima ha tenuto all’Onu per promuovere la campagna #HeforShe e per parlare di femminismo. 
Non è la prima volta che una donna parla di parità dei sessi.
Non è la prima volta che una donna parla di parità dei sessi all’Onu.
Non è la prima volta che una donna parla di parità dei sessi all’Onu ed è un’attrice famosa. Angelina Jolie ormai alle Nazioni Unite è di casa, per fare un esempio.

Emma Watson potrebbe essere l’ennesima bella ragazza ricca e privilegiata che fa un mestiere superficiale e si lancia in una crociata femminista, eppure il video del suo discorso ha raggiunto un record di visualizzazioni. Perché?
La Watson che sale sul palco per parlare è una ragazza con un castissimo abito bianco che incede con lo sguardo basso e il viso pietrificato. Si fa strada tra i presenti e arriva al microfono ed ha negli occhi uno sguardo di puro terrore misto alla certezza di essere totalmente inadeguata: lo è? Non più di tante altre che hanno parlato prima di lei a quel microfono.
Effettivamente, per quanto riguarda il tema del discorso, la cara Hermione si avventura in una banale rivisitazione del problema terminologico (“Le mie recenti ricerche mi hanno fatto scoprire che femminismo è una parola impopolare”, dice) e racconta delle sue esperienze di bambina, autodefinendosi onestamente privilegiata e fortunata.

La novità, se vogliamo, del discorso della Watson sta nella richiesta di un coinvolgimento diretto da parte degli uomini nella causa pro femminismo, per l'appunto "he for she": uomini, non abbiate paura di ammettere le vostre fragilità, riprendetevi il diritto di essere sensibili. Il succo del discorso è questo.
Comunque, tra uno stritolamento di nocche e un roteare le pupille a destra e a manca Emma Watson porta avanti per dieci minuti un discorso non illuminante né assoluto – ma d’altronde, ce ne vuole per dire oggidì qualcosa di davvero rivoluzionario sui diritti delle donne – e lo fa con una voce timida e tremolante, estremamente lontana sia dal tono sicuro della Jolie che dalla potenza di voce di altre donne che magari, di mestiere, fanno proprio questo: le attiviste.

Emma Watson è diventata ambasciatrice Onu sei mesi fa e lei stessa si chiede perché. Se lo sta chiedendo davvero, signore e signori: per tutto il tempo la sua faccia sembra proprio chiedere: “ma io cosa ci faccio, qui?”.
Perché di fatto, quel che distingue la Watson dalle altre è la consapevolezza di stare facendo qualcosa di importante, di veicolare messaggi fondamentali e di non saperlo fare così bene: ritirare il premio Style Icon Award di Elle Style, quella è una circostanza che conosce e domina.

Parlare di femminismo e stipendi paritari dall’alto dei suoi quasi 30 milioni di dollari annui, invece, non è ancora una cosa che sa sostenere: però lo vuole fare, anche se sa che il giorno dopo il discorso le sue foto in mutande e reggiseno (o qualcosa in meno) saranno usate per ricordare che lei, comunque, in primis è la maghetta di Harry Potter che a un certo punto è diventata sogno erotico di una generazione (o più di una).
E basta.

Watson hot

Lei lo sa e non è a suo agio in un modo che è palese a tutti: questo la rende differente, la fatica che ci sta mettendo. 
Ciò che spesso mi sento di poter rimproverare ad alcuni tipi di femministe è il fatto che sia estremamente facile andare nella piazza principale con dei cartelli con su scritto “Se non ora quando” e definirsi attiviste; lo è anche scrivere articoli di giornale, panegirici o tenere discorsi da un palco in molte città europee quando sai che nessuno per questa ragione ti farà arrestare, ti picchierà o violenterà. 
Allo stesso modo è facile fare qualunque cosa nel momento in cui si acquisisce la maturità e la sicurezza per farlo, ma queste Emma non le ha - e neppure noi nutriamo questa gran stima di lei, forse.
Ad un certo punto del discorso lei stessa mette le mani avanti dicendo: 

“Potreste pensare, chi è questa ragazza di Harry Potter?
E cosa sta facendo sul palco delle Nazioni Unite?
È una buona domanda e, credetemi, me la sono posta anche io. Non so se sono qualificata per essere qui. L’unica cosa che mi importa è il problema.”

Ecco cosa ha reso irresistibile per uomini e donne il discorso di Emma Watson: la sua posizione di totale auto-disarmo, di imbarazzo e di fragilità.
L'arroganza e il carisma affascinano fino a un certo punto, ma la vera fascinazione è sorprenderci nello scorgere in una figura vincente un senso di inadeguatezza e vedere che, nonostante questo, incede nel portare avanti la sua opera.
Che questo sia frutto della sua genuina mente, che sia un'abile costruzione o meramente una performance recitativa ben superiore a quella mostrataci in tutta la saga potteriana, poco importa; è riuscita a centrare il bersaglio, che poi eravamo noi.
È riuscita a impietosirci e a mostrarci il potere della fragilità, che poi è quello che lei stessa chiede agli uomini di usare a favore del femminismo.

Una brillante quadratura del cerchio, insomma. Consapevolmente o inconsapevolmente, ce l'ha fatta; e ce l'ha fatta talmente bene che il tentativo di deriderla o denigrarla di un po' tutti (hacker e burloni vari) è caduto nel dimenticatoio praticamente nel momento stesso in cui si è palesato.
Direi che questa volta Hermione è quasi riuscita a far passare le sue tette in secondo piano; il che, oltretutto, era esattamente il risultato a cui il suo discorso era finalizzato.

Silvia Nazzareni
@twitTagli

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