Dopo la Grecia, l'Europa saprà parlare di disoccupazione e di immigrazione?

Dopo la Grecia, l'Europa saprà parlare di disoccupazione e di immigrazione?

A pochi giorni dal referendum in cui ha stravinto l'OXI, ovvero il “no” alle proposte di riforma avanzate dall'Eurogruppo prima della crisi del 30 giugno scorso, il premier Alexis Tsipras ha ottenuto il via libera dal Parlamento greco su un nuovo piano di ristrutturazione fiscale e amministrativa da inviare alle alte stanze di Bruxelles.

È passata più di una settimana dall'inizio di una crisi senza precedenti nella storia della moneta unica (e dell'Unione Europea stessa), capace di far crollare il mito della “irreversibilità” di ogni allargamento territoriale europeo e, su di un piano morale, di ogni passo in avanti verso una maggiore cooperazione contenuto nei trattati.
Questo punto, nella vecchia Europa dei Delors, era spesso identificato dall'intellighenzia filoeuropea come la stessa spinta costituzionalista verso una più efficace e stretta forma di integrazione sovranazionale.

In parte fisiologicamente immemore della storia dei padri, il 5 luglio scorso il popolo greco ha detto di no alle proposte di risanamento pubblico consigliate da Bruxelles, le stesse che Tsipras aveva definito come una “offesa per i cittadini”, anche se pure da un occhio esterno l'offerta appariva non stimolata da un rapporto di parità contrattuale.

Pochi giorni dopo l'annuncio a sorpresa del referendum e dopo il voto negativo su tali proposte (una somma di circostanze estemporanee quasi quanto l'addio alla compagine di governo della economics-star Varoufakis, tanto che magari un collegamento c'è), lo stesso primo ministro greco, affiancato dal nuovo inquilino delle finanze Tsakalotos, ha consegnato ai tavoli economici di Bruxelles un compatto documento di promesse di 47 pagine.

Grazie a queste pagine dettagliate e circostanziate, si sussurra tra i corridoi della Commissione, potrebbe essere in arrivo un pacchetto di aiuti ad Atene per il valore di 74 miliardi. Diversi gli strumenti assunti dall'esecutivo ellenico: nel nuovo piano greco, i 12 miliardi di tagli alla spesa segnalati con il pennarello rosso si accompagnano con una relativa eliminazione dei privilegi fiscali delle isole, ad una moderata apertura alle liberalizzazioni e ad un netto ridimensionamento degli incentivi al prepensionamento.

Per lunghi tratti, pare proprio una proposta scritta da Juncker e Lagarde in un summit segreto di quella Bruxelles come è vista dai complottisti, quella che sussurra di notte le decisioni che si abbattono la mattina dopo su tutti gli europei. Non è quindi difficile capire perché larghe correnti di pensiero all'interno di Syriza, il partito di estrema sinistra capeggiato da Tsipras, siano state le maggiori oppositrici del piano del premier e di Tsakalotos, che ha trovato invece un argomento di voto filoeuropeista tra i liberali di To Potami e i liberal-conservatori di Nea Demokratia, entrambi partiti dell'opposizione. La stima conclusiva del voto parlamentare, vicina alla grandezza dei nove voti a favore contro un contrario, spinge a valutare in un'orizzonte più ampio il lungo dibattito greco di questi mesi.

Alla radice dei mali europei, e della Grecia sopratutto, c'è il virus dei titoli tossici esploso dal 2008, il crepaccio del debito pubblico messo a fuoco dalla speculazione globale dopo decenni di “finanza rilassata” e lo spietato aumento degli interessi sull'emissione dei buoni del tesoro nazionali. Stati meno resilienti alle crisi finanziarie equivalgono, in questi anni di dramma economico, a quegli ordinamenti che istituiscono un mercato del lavoro rigido, che non possono o non riescono a valorizzare uno scarso o infruttuoso rapporto con i mercati esteri, che soffrono di un eccessiva influenza in attività di governance da parte di corporazioni ipertutelate e di sindacati onnipresenti, oppure sono amministrazioni strozzate dall'eccessiva burocrazia, circostanza che più volte ha fatto rima con corruzione dilagante.

In un'Unione monetaria, che nei sogni non (ancora) ratificabili dei padri fondatori avrebbe dovuto condurre all'unione fiscale e poi a quella politica (i più radicali sognano tuttora un'Unione in chiave federale), la convergenza delle pratiche tecniche, delle politiche fiscali e pensionistiche e perfino del problem-solving condiviso, è sempre stata la prima priorità per un'azione di governo consistente.
La commissione Juncker si è insediata nel 2014 con un programma di governo che auspicava il punto “Completing the internal market”. Questo, a scanso di molto meschino retronazionalismo euroscettico, significava porre un paletto di saggezza politica in funzione di una più completa armonizzazione degli ordinamenti nazionali, per garantire una più fluida relazione economica tra gli Stati membri e tra l'Unione stessa con il resto dei poli regionali ed economici mondiali.

Tra gli euroscettici e i critici del mercato unico, si tende a dimenticare che l'Unione, proprio quella stessa caotica organizzazione che in questi ultimi giorni si è fatta mettere mediaticamente in ginocchio da un Paese che raggiunge in un anno quasi la metà del Pil del solo Veneto, rappresenta il più grande mercato del mondo, con ampie prospettive di crescita ancora inespresse (per colpa della stessa ostruzione o inazione di molti parlamenti nazionali).
Un'Europa più solidale forse non è l'Europa che condanna all'austerity gli uni e poi taglia il debito agli altri, sulla base del mero volume delle proteste, ma più probabilmente è un organismo che ha il potere di visionare la condotta economica di uno Stato membro con il fine espresso di giovare al mercato unico e al mercato della moneta unica.

La permanenza dell'euro, d'altronde, è più importante per le singole nazioni di quanto lo sia per il sistema nel suo insieme. L'Europa avrebbe assimilato con più o meno fatica le sofferenze non riscosse e la conseguente politica della Grexit, mentre la Grecia conserva tutto l'interesse nel mantenere i collegamenti con il gigante economico europeo, che le permette di non passare da un ritorno ad una leggerissima dracma che renderebbe irraggiungibile il pagamento di un debito pubblico vasto e notificato per sempre in euro.

In Alexis Tsipras, allora, c'è qualcosa che ha fatto compiere un passo in avanti alla dicotomia Europa&Troika / euroscettici&Podemos. Eletto con il mandato di portare nel Parlamento e nel Consiglio Europeo una voce forte che si battesse per delle politiche comunitarie di crescita e avanzasse l'ipotesi del taglio del debito, si è poi giocato tutta la credibilità politica in un referendum calcolato in tempi sbagliatissimi e lo ha vinto, tornando poi al tavolo delle trattative con un piano di risanamento scritto dal suo governo e pronto ad essere approvato (quasi) così com'è dagli inferociti creditori del Nord.

Alexis Tsipras avrebbe potuto accettare un piano del genere più di sei mesi fa, a poca distanza dalla sua elezione, per rilanciare da subito il rinnovamento profondo dell'economia greca. Ma sei mesi fa il premier greco rappresentava la più forte ondata euroscettica del Sud Europa, e si sentiva lontano dalla visione di un mercato aperto e collaborativo.
Qualcosa è cambiato: la “linea dura” non passa più attraverso le proposte fantasiose e spesso incomplete di Varoufakis (negli ultimi giorni di mandato la sua presenza di fatto non fu gradita durante alcune riunioni cruciali dell'Eurogruppo), ma attraverso una lente di realismo: le inefficienze dell'economia greca sono talmente vaste da essere ingovernabili in mercato aperto, e appena sostenibili sotto l'ombrello europeo.

L'Europa, dal canto suo, gode del prestigio della propria moneta, che deve restare unica e indivisa tra le nazioni che la adottano, per non fare mai insospettire i mercati. L'accordo tra la Grecia e l'Europa, dopo la piccola Odissea di Alexis Tsipras, a meno di illogici sbarramenti politici, sarà firmato anche per allontanare lo spettro del satrapo Putin, pronto a seminare ulteriore zizzania tra le falangi europee (con la promessa di aiuti in denaro alla possibile uscita dall'UE della Grecia), e il dramma sociale che accompagna tutti i rivolgimenti economici inattesi.  

Però, se siamo davvero dell'idea di costruire un'economia più solida e con regole certe, in che modo intendiamo dare una risposta comunitaria alle altrettanto pressanti preghiere che arrivano dalla frontiera dell'immigrazione o dalla piaga generazionale della disoccupazione?
L'Europa del domani, assieme al suo mercato in via di armonizzazione e completamento, dovranno poter trovare una risposta comune, decisa e inequivocabile anche su questi temi.

Matteo Monaco
@MatteoMonaco77
@twitTagli

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