Di True Detective 2, hate-watching e Quentin Tarantino.

Di True Detective, hate-watching e Quentin Tarantino.

Verso fine agosto, Quentin Tarantino ha rilasciato una lunga intervista in cui parlava (male) di True Detective. Più o meno in questi termini: 

  • Signor Tarantino, ha mai visto True Detective?
  • Ho provato a guardare il primo episodio della prima stagione, e l’ho trovato molto noioso. 
  • E la seconda stagione?
  • Tremenda! Tutti quegli attori bellissimi che tentano di non sembrare bellissimi, e vanno in giro con l’aria triste facendo finta di essere depressi con i loro baffi e i loro vestiti grunge
  • Quindi lei ha visto la stagione 2? 
  • Ehm… no. Solo il trailer.
  • Signor Tarantino, lei è un cialtrone. 

 

In pratica: nel volersi esprimere su True Detective, Quentin Tarantino l’aveva buttata in caciara. Che è una cosa facile, divertente e sacrosanta. 
Il problema è che non riesco a scrollarmi di dosso l’idea che, in fondo, buttarla in caciara non sia il modo giusto con cui confrontarsi con la seconda stagione di True Detective.  
Per questo, mentre impostavo la mia ipotetica recensione, mi sono reso conto di dovere rimettere mano più volte al mio testo. 
Per quanto circostanziate, oggettive e argomentate mi apparissero inizialmente le mie impressioni, ogni volta finivo la frase con lo spirito di Tarantino in testa che mi diceva che la stagione 2 di True Detective era brutta “perché sì!” (e che la cosa si capisce già dal trailer). 

 

A difesa di Tarantino, il trailer è effettivamente composto al 90% da gente bellissima che si guarda intorno con aria stropicciata. E per gli spettatori andava più che bene, perché la prima stagione di True Detective aveva evocato una magia: un senso di coinvolgimento emotivo purissimo, distillato proprio dalle facce stropicciate dei suoi due protagonisti. 
Dopo aver visto la prima stagione, pensavamo di sapere cosa fosse True Detective: prima di tutto, un omaggio ai drammi polizieschi (cinematografici e letterari) e ai film noir classici. 
In seconda battuta, uno splendido esercizio di stile sul piano della scrittura e della regia. 
Tra i due artefici del successo, lo sceneggiatore Nic Pizzolatto e il regista Cary Fukunaga, sembrava avere molti più meriti e responsabilità il primo. La verità è che forse True Detective non poteva esistere senza il secondo. 

La prima cosa da tenere presente, nell’avvicinarsi alla seconda stagione, è il divorzio artistico tra Pizzolatto e Fukunaga. Il regista è andato da Netflix a dirigere film di guerra, mentre il primo è diventato ufficialmente il solo e unico responsabile creativo del prodotto. 
True Detective è una vera e propria anomalia nel panorama televisivo contemporaneo: è l’unica serie dove tutti gli episodi sono scritti dalla stessa persona, e dove (nella prima stagione) c’era un solo regista al comando. 

Pizzolatto è rimasto l’unico artefice di True Detective, e ha assegnato a registi diversi la conduzione dei nuovi 8 episodi. È partito inoltre da una consapevolezza: non avrebbe avuto alcuna intenzione di “rifare” quanto visto con Marty e Rust. 
Non ci sarebbero più state lunghe sequenze di gente che parla in auto. In pratica, non ci sarebbe più stato il buddy-cop

La prima stagione aveva un genere ben definito e indirizzato, tanto dalla scrittura quanto dalla messa in scena: era un lungo buddy-cop movie con atmosfere da southern gothic (lo so, sono tante parolacce inglesi tutte insieme. Chiedo scusa a priori, ma non esistono equivalenti italiani). 
La seconda stagione ha un indirizzo e una cifra stilistica che fatico a definire: è qualcosa a metà strada tra il frammento di cultura pop lynchiana e il dramma noir alla “L.A. Confidential”, ma nessuno dei due spiriti viene portato davvero a compimento. 

Ecco, la più grande critica che mi sento di muovere è la mancanza di una volontà compiuta: sembra che non ci fosse nessuno che sapesse cosa voleva, avesse una “visione” e la portasse fino in fondo realizzando un’opera con un indirizzo e uno spirito precisi. In pratica, sembra che non ci fosse un regista. 
Da una parte ammiro la volontà di Pizzolatto di non voler ripetere quanto fatto con Marty e Rust: il desiderio di non essere identificato come “quello che scrive sceneggiature per due star chiuse in una macchina a filosofeggiare” è giustificato e sacrosanto, ma temo sia la stessa spinta che ha portato True Detective a diventare una ragnatela inutilmente complicata di persone che interagiscono tra loro, portando avanti un’indagine più anonima che misteriosa e seducente. 

 

Il motivo di interesse di True Detective non è mai stata la storia. Dell’identità del “re giallo”, nella prima stagione, ce ne fregava poco o niente. 
Io, da parte mia, volevo passare un’ora con Rust che parla di quanto la vita faccia schifo. Non so voi. 
Ancora più di questo, il cuore essenziale di True Detective era una struttura autosufficiente di affetto e menzogne fra tre personaggi. 
Dov’è il cuore della Stagione 2? 

Ci sono almeno 5 personaggi principali, ognuno provvisto di relazioni non collegate con gli altri, complessi antefatti e traumi del passato. 
La struttura imbastita ha di fatto impedito di passare abbastanza tempo insieme a un personaggio, conoscerlo ed essere soddisfatti del destino del suo arco narrativo. 
Qualcuno può dirsi contento dell’approfondimento psicologico destinato a Jordan Semyon o all’agente Woodrugh? 
Chi? 
Appunto. 

Nell’ammissione di questa superficialità di fondo nella caratterizzazione dei personaggi, devo però inserire una postilla: True Detective e il suo showrunner Nic Pizzolatto si sono confermati per la seconda volta una specie di “cura vitaminica” per la carriera di attori. 
Come successo a Matthew Mcconaughey, che il pubblico generalista è di fatto tornato a prendere sul serio grazie a True Detective (“Killer Joe” e “Mud”, purtroppo, li abbiamo visti in pochi), Colin Farrell e Vince Vaughn hanno beneficiato della prosa di un autore che sembra particolarmente bravo a individuare una tipologia di interprete per il suo materiale. 
Con i precedenti delle prime due stagioni, scommetto 10 euro che l’anno prossimo Pizzolatto potrebbe restituire vitalità alla carriera di gente come John Cusack o Adrien Brody. 

 

L’elemento di True Detective capace di “ripetere la magia” nella seconda stagione non è la scrittura. Di sicuro non è la regia. 
E, con tutto l’amore del mondo per Colin Farrell, non è neanche la recitazione. 
Potrebbe forse essere un signore di nome T. Bone Burnett, autore della colonna sonora e capace di variazioni da atmosfere “southern” e rockabilly a tappeti sonori jazz degni di un film noir. 
La canzone sui titoli di testa è, se possibile, più bella nella seconda stagione che nella prima. 

La verità è che Tarantino ha torto. Si può parlare male di True Detective - Stagione 2, anche in modo disordinato come ho appena fatto io, senza necessariamente buttarla in caciara e insultare Nic Pizzolatto. Probabilmente non finiremo mai di litigare su questo show, ed è uno dei suoi pregi più immensi. 
Non è ordinario, non è banale; i suoi fallimenti sono più affascinanti di metà della programmazione cinematografica estiva di quest’anno. 
Nel ritagliarsi questo ruolo da unico responsabile della direzione artistica della serie, Pizzolatto ha attirato un genere di critica e dissenso attorno a sé che di solito si riserva ai cosiddetti “autori”. 

Allo stesso modo, ha condensato in 8 episodi un fenomeno strano ma crescente: quello che in America chiamano “hate-watching”, e in Italia chiamiamo “guardo una cosa solo per prenderla per il culo e dire quanto mi fa schifo”. 
Tarantino ha guardato True Detective con questo spirito, ma almeno si è fermato al trailer. 
Nell’articolare il mio pensiero, ho cercato di tenermi lontano dall’ondata di voci negative che sembrava accompagnare la visione settimanale della serie. Ma la verità è che spesso si guarda la televisione giusto per poterla commentare su twitter, e twitter stimola la creatività nella sintesi. 
Non ci sono tante persone capaci di commentare qualcosa che amano in 140 caratteri, mentre quasi tutti sono bravi a fare una pernacchia a qualcosa di antipatico o indigesto. 
E quest’anno, gli americani hanno guardato True Detective un po’ come molti italiani guardano Sanremo. 

 

L’hate-watching è un fenomeno interessante, ma credo sia ancora più interessante osservare come molte persone abbiano tratto conclusioni sulla seconda stagione di True Detective dopo uno o due episodi. 
Alcuni l’hanno fatto dopo un trailer. 
Questo genere di negatività accompagna un fallimento che secondo me merita di essere studiato per come si è sviluppato, considerando che, in fin dei conti, a me True Detective - Stagione 2 nel complesso ha abbastanza fatto schifo. 
Tarantino, mannaggia. Me l’hai fatta di nuovo. 

Davide Mela
@twitTagli

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