Definizioni complesse/2 – Politicamente corretto

Definizioni complesse/2 – Politicamente corretto

La nostra è una società (ancora) profondamente razzista e (ancora) profondamente sessista. Per assurdo, a un altissimo grado sociale di razzismo e di sessismo corrisponde un altissimo grado individuale di desiderio di accreditarsi come anti-razzisti e anti-sessisti.

Qual è il modo più efficace di farlo? Semplice. Accusare qualcun altro, pubblicamente, di razzismo o di sessismo. Voglio qualificarmi come difensore degli immigrati nordafricani? Mi basterà definire, per esempio, “leghistoidi” le posizioni del mio interlocutore (quali che esse siano).

Voglio passare in pubblico per “amico delle donne”? Ancora più facile: darò del “maschilista” a chi sta discutendo con me. Questo trucco funziona anche nei casi in cui è evidente che il mio interlocutore non è assolutamente leghista o maschilista. Anzi, è ancora più efficace: a tutti sarà chiaro che io lo sono ancora meno di lui.

Che la nostra sia una società razzista e sessista è dimostrato anche da un fatto innegabile: alcuni razzismi e alcuni sessismi sono ritenuti meno gravi di altri. O addirittura non sembrano neanche tali: tutti grideremmo al razzismo di fronte a un nordico rasato e tatuato che dichiarasse "Sono fiero di essere bianco". Faremmo lo stesso se, per esempio, un keniota dicesse "Sono fiero di essere nero"? 

E ancora: tutti, per fortuna, riteniamo sessista la frase "Lavare i piatti è un lavoro da donne". Siamo in grado di riconoscere, anche, il sessismo implicito di un "Noi donne siamo molto più sensibili di voi maschi"? Se non ne siamo in grado è perché siamo noi stessi vittime: della dittatura del politicamente corretto, una categoria di pensiero che nasce, sempre, dal senso di colpa collettivo. Di “razza” o di genere.

Che definizione possiamo ipotizzare per “politicamente corretto”? La mia proposta è: “Politicamente corretto è tutto ciò che, dichiarato in pubblico, non espone il dichiarante ad accuse opportuniste di razzismo o sessismo”.

Sono sicuro che voi che mi leggete saprete trovare una definizione migliore: accettate la sfida?

Per le regole del gioco, date un’occhiata qui.

Andrea Donna
@AndreaDonna

Commenti

Luca dice:

Per me una definizione politicamente corretta di "politicamente corretto" può essere: "atteggiamento dialogico che parte dal presupposto (FALSO!) che le idee abbiano tutte pari diritto di cittadinanza".
Una definizione più terra-terra può essere: "ipocrisia malcelata da un perbenismo di facciata".
In generale per me il "politicamente corretto" non si applica solamente al razzismo o al sessismo (ai quali sono fortemente intollerante), ma, molto più spesso, a situazioni in cui ipocritamente ci si rifiuta di definire "del cazzo" idee o persone, solo perché "cazzo" è una brutta parola.

Emiliano dice:

Concordo.
Il "politicamente corretto" è un modo astutamente mediato, e solitamente meditato, per esprimere le proprie opinioni in modo da non perdere consensi, o all'occorrenza guadagnarne, tra i vari interlocutori che possono udire - più o meno casualmente - un certo discorso, o l'esternazione di un'idea, con lo scopo più o meno celato, ma vero ed ultimo, di guadagnarsi un qualcosa a cui l'individuo che vi ricorre attribuisce un certo valore. In definitiva è un metodo blando e pacato, mai estremista, e forse mai vero di parlare, che tende solitamente a conformarsi al comune sentire, che nasce da, e nasconde sempre, un secondo fine e quindi un celato guadagno, qualunque esso sia, per chi lo utilizza, e che solitamente, come costante, sempre si basa sul previo consenso degli interlocutori presenti direttamente o indirettamente. Talvolta il ricorrere a questa livella del linguaggio, e delle idee soprattutto, può nascondere anche una malcelata debolezza personale che lascia spazio quindi alla paura; la paura di sentirsi diversi e magari indicati come colui che canta fuori dal coro.
Nonostante ciò il politicamente corretto può essere inteso allo stesso tempo come un fatto positivo in quanto esso concorre a limitare tutta quelle serie di esternazioni razziste, o sessiste, che di certo sono di per se stesse socialmente negative, a cui altrimenti persone anche in vista socialmente o politicamente potrebbero insensatamente ricorrere. Questo evita che pericolose teorie di discriminazione di minoranze o altre realtà non ordinarie, si diffondano trovando magari terreno fertile in persone abbastanza disturbate per accoglierle.
Perciò se personalmente e individualmente il ricorrervi può essere inteso come una limitazione della propria libertà di pensiero, una manifestazione di celato interesse, o una fuga ad un vago o preciso senso di paura, socialmente in senso più amplio - ai massimi sistemi (permettetemelo) - il politicamente corretto ha un valore certamente positivo.

vittoria dice:

Politicamente corretto = diplomatica presa per i fondelli. La politica non è mai corretta!!!! :P

Ragnal dice:

Scrivete: [Siamo in grado di riconoscere, anche, il sessismo implicito di un “Noi donne siamo molto più sensibili di voi maschi”?]
Vi chiedo: Siete in grado di riconoscere, anche, il razzismo implicito di un "La nostra è una società (ancora) profondamente razzista e (ancora) profondamente sessista."?
Definizione mia:
"Politicamente corretto" è una finzione dialettica subdolamente totalitaria volta a negare credito e consenso sociale all'aspettativa di libera espressione di opinioni fossero anche sessiste e razziste. Equivale al sordido razzismo di chi dice: "Tutti i razzisti e sessisti dovrebbero essere scovati e rieducati."

Andrea Donna dice:

Commento interessante e stimolante. Continuo a non vedere razzismo nell'incipit di questo post. Mi aiuti a capire dov'è?

Luca dice:

Commento che parte da un presupposto falso, ovvero che sia razzista prendersela con i razzisti. Il che è una stupidaggine, nonché un tentativo squallido di reconductio ad absurdum, dove l'absurdum in questo caso è rappresentato da un ipotetico relativismo etico.
Per essere politicamente scorretto: è una stronzata.
I razzisti sono una "razza"? Non penso proprio, visto che non sono accomunati da tratti somatici, fisiologici o anatomici, non appartengono ad un unico ceppo etnico, né condividono tradizioni culturali o religiose, e nemmeno uno stile di vita.
Condividono un'idea di fondo: che alcuni esseri umani siano meglio di altri. Ma le idee sono suscettibili eccome di critica, più o meno da Socrate a questa parte, e criticare una persona per una sua idea che si ritiene sbagliata è giusto e sacrosanto (almeno dall'illuminismo in poi) e pertanto mi sento liberissimo di dire che il razzismo è un'idea del cazzo e, per diretta conseguenza, che chi professa tale ideologia è probabilmente dotato del QI di un termosifone.
Ecco (per Andrea Donna), se vuoi un'altra definizione di "politicamente corretto", per me affermare che il razzismo è un'ideologia ontologicamente sbagliata, senza poi avere il coraggio di ammetterne la diretta conseguenza, ovvero che i razzisti sono necessariamente ignoranti e stupidi, è una delle forme più becere del "politicamente corretto".
Ad ogni modo, in democrazia la libertà di un individuo termina dove inizia quella altrui, e pertanto la libertà di esprimere opinioni razziste e sessiste (che sono necessariamente lesive del prossimo in quanto discriminatorie) non esiste. Infatti, per fortuna, nella maggior parte dei paesi civili (il che, considerando che esiste la Lega Nord, non include l'Italia), comportamenti razzisti sono penalmente perseguibili.

Ragnal dice:

Ecco il mio punto di vista sul "razzismo".
Leggo
[Per assurdo, a un altissimo grado sociale di razzismo e di sessismo corrisponde un altissimo grado individuale di desiderio di accreditarsi come anti-razzisti e anti-sessisti.]
e poi
[Qual è il modo più efficace di farlo? Semplice. Accusare qualcun altro, pubblicamente, di razzismo o di sessismo.]
Quindi nel rilevare che la nostra società è ancora profondamente razzista e sessista non si sta forse ricadendo nel tentativo di accreditarsi individualmente come anti-razzisti e anti-sessisti accusando qualcun altro di esserlo? Segnatamente "la nostra società"? E siccome tutti o almeno una stragrande maggioranza di persone individualmente si riconosce nell'incipit, proprio nel definirla pubblicamente "nostra" non sta forse mimetizzando un crogiolante e confortevole senso di appartenenza a tale società? E quindi ammettendo che, sebbene individualmente se ne chiami fuori con un espediente dialettico, tuttavia in questo sessismo e razzismo ci sguazza?

Ragnal dice:

Tuttavia l'espressione "politicamente corretto" da un punto di vista strettamente pragmatico e riferito alla specifica disciplina gestionale vale quanto "grammaticalmente corretto". Cioè è "politicamente corretto" ogni comportamento, ragionamento, parere, atto concreto e fattivo che sia coerente ad una linea politica data e concordata, alle regole nell'ambito delle quali essa agisce e che raggiunga l'obiettivo che si prefigge.
Le definizioni più o meno spregiative che possono essere date, compresa la mia del post 14/11/2012 ore 21:52, derivano dal fatto che in realtà di "politiche" ce ne possono essere molte e che ognuna di esse tendenzialmente considera "politicamente corretto" il proprio ambito e "politicamente scorretto" l'altrui. Cioè nel doversi confrontare, obtorto collo, con le altre politiche tende a porre se stessa in termini assoluti.

Ragnal dice:

Siccome però questo "obtorto collo" con l'evolversi e il complicarsi della società umana è diventata una condizione pervasiva e ineludibile è divenuto evidente che porsi in termini assoluti comporta un dispendio di energie soverchianti contro una non sufficiente garanzia di raggiungimento degli obiettivi. Quindi ecco che fra le regole delle varie "politiche" è spuntata quella di attestarsi sempre in posizione relativistica rispetto alle politiche circostanti creandosi l'opportunità di provvidenziali appoggi, grazie ai quali svettare per ghermire il proprio esclusivo obiettivo, ma millantandoli come alleanze o accordi su obiettivi comuni. In questa ottica diventa "politicamente corretto" simulare confluenza e consenso su tali obiettivi comuni, ma siccome l'intento intimo e feroce resta quello di prevalere cosa c'è di meglio se non giocare sulla dialettica del designare come obiettivo comune proprio quello di cui si sa che la parte avversa mai vorrebbe o riuscirebbe a raggiungere così da costringerla a scoprire per prima il proprio vero fine? Guadagnando così strumentalmente l'autorizzazione e legittimazione a togliergli l'appoggio nella speranza di sabotare il raggiungimento di quel fine? Conclusione il "politicamente corretto" è diventato null'altro che quella finzione dialettica di cui ho riferito, l'unica tattica conviviale possibile ed applicabile.

Ragnal dice:

Visto che Luca si è inalberato passerò a commentare il suo [MANIFESTARE PACIFICAMENTE? CI SI CREDE SEMPRE DI MENO] ... vediamo fin quanto lontano riesco a spingerlo nella foresta degli improperi ...

redatagli dice:

Luca lo conosco da anni, e ti assicuro che si fa pochissimi problemi ad utilizzare un vocabolario truce. Quindi, se la tua è curiosità intellettuale, puoi ritenerla soddisfatta.
Se invece vuoi discutere da persona civile, come mi pare tu abbia fatto finora (almeno a una prima occhiata), sei benvenuto in ogni pagina, in ogni momento.
Ma se il giochino comporta tramutare il mio (nostro) sito in una simpatica riedizione del Vietnam, ti avviso: ti sbatto fuori alla velocità della luce, quanto è vero che ho un brutto carattere.
Patti chiari, amicizia lunga.
U.M.

Andrea Donna dice:

La società è definita "nostra" e gli esempi sono in prima persona singolare: nulla impedisce di attribuire anche allo scrivente le dinamiche descritte in questo pezzo.

Alessandro Basile dice:

non penso ci sia razzismo o sessismo nell'incipit, vorrei però specificare che la libera espressione esiste, chi è razzista lo può dire, nessuno lo vieta, certo è che poi non ci si può lamentare di ricevere accuse o reazioni. Se insultassi qualcuno, questo qualcuno o che ne porta i valori non pensi si possa sentire offeso? Cmq i razzisti o sessisti non dovrebbero essere rieducati, non servirebbe, sono solo stati sfortunati a ricevere un'educazione che li ha portati a non apprezzare un determinato punto di vista. Piano piano cresceremo, adesso siamo (ancora) razzisti, una volta eravamo (ahimè) schiavisti.
Aggiungo che la frase "sono fiero di essere b/n" contiene due sottotesti ben distinti: "... bianco" = "sono un neonazista e porto sotto la mia bandiera un'idea di razza superiore etc etc" / "nero" = "memore del dramma che milioni di persone nei secoli hanno dovuto sopportare a causa del colore della mia pelle, rivendico i miei diritti in quanto uomo". per una buona definizione di "politicamente corretto" rimando a wikipedia

Aggiungi un commento

I commenti su Tagli non sono soggetti a moderazione preventiva. La Redazione declina ogni responsabilità circa il loro contenuto, e si riserva il diritto di rimuoverli a propria assoluta e totale discrezione.
Tagli ribadisce pertanto che ogni opinione, accusa o illazione inviata nei commenti è sotto la responsabilità civile e penale dell'autore. La Redazione si riserva di fornire gli estremi dell'autore di ciascun commento ritenuto lesivo all'autorità giudiziaria.
Per maggiori informazioni, consulta la sezione Termini e condizioni di utilizzo.

Plain text

  • No HTML tags allowed.
  • Web page addresses and e-mail addresses turn into links automatically.
  • Lines and paragraphs break automatically.
CAPTCHA
This question is for testing whether or not you are a human visitor and to prevent automated spam submissions.