Cultura e patrimonio in Italia: la miniera non sfruttata

Quando ero piccolo mio nonno mi raccontava spesso di un suo superiore in Fiat che soleva ripetergli “Caro mio, se l’Italia sapesse vendere il suo sole e il suo patrimonio artistico sarebbe un Paese ricchissimo”. La frase mi è tornata alla mente in questi anni di crisi e soprattutto dopo aver trascorso un weekend a Firenze.
Viviamo in un Paese fantastico, più unico che raro, che vanta un patrimonio artistico, architettonico, culturale, enogastronomico tale da non temere alcuna concorrenza. 
Ricchezze che spesso siamo portati a dare per scontate perché ci passiamo davanti tutti i giorni e perché vi siamo letteralmente immersi dentro. 
Spesso anzi siamo portati a sottolineare più le tante magagne, che pure ci sono, e a non sentirci fieri di quello che siamo e di quello che potremmo rappresentare agli occhi del mondo. Il nostro fatalismo e l’assenza di una coscienza nazionale ci portano a distruggere anziché a costruire.

Che cosa sarebbe allora l’Italia se cambiassimo prospettive e sfruttassimo quella grande miniera che è la cultura? Probabilmente usciremmo dalla crisi più rapidamente di quanto possiamo immaginare. Un ministro, qualche anno fa, disse che con la cultura non si mangia tanto per giustificare i tagli al settore, uno tra i primi ad essere sacrificato quando la congiuntura economica si tinge di tinte fosche.
E invece con la cultura in Italia si mangia eccome e si potrebbe anche mangiare molto di più.

0428ReggiaVenariaIl discorso non vale tanto per le città d’arte dove la presenza costante e stabile di turisti provenienti da tutto il mondo ha contribuito a dare vita ad un vero sistema. Il nostro Bel Paese però è pieno di perle nascoste, sparse lungo lo Stivale e incastonate in angoli remoti.
Accanto a queste si stagliano città come la mia Torino, piccoli scrigni colmi di sorprese ed eccellenze; città che molto spesso scontano cliché odiosi paradossalmente costruiti ed alimentati da quella inarrestabile tendenza auto denigratoria. Tendenza che ci porta a non valorizzare, promuovere e propagandare quanto di bello sia racchiuso nelle nostre città.
Il resto lo fanno i tagli drastici e spesso immotivati che il comparto cultura è costretto a subire per via della falsa convinzione che la cultura non renda e che non sia da annoverare tra le priorità della macchina statale.

È seccante dover sempre guardare all’estero e passare per esterofili anche quando non si vorrebbe ma è impossibile non constatare come Paesi che possiedono un patrimonio sicuramente più ridotto rispetto al nostro tendono a valorizzare al massimo il poco di cui dispongono.
Nei miei viaggi mi è spesso capitato di notare come siti archeologici che noi forse snobberemmo vengano invece messi in risalto e vi si costruisca attorno un micro-indotto che porta soldi alle casse dello Stato, crea occupazione e finanzia la conservazione dei beni.

pompei7L’Italia invece non dovrebbe nemmeno fare tanto sforzo. Penso soprattutto a veri e propri gioielli come Pompei che negli ultimi anni sono stati lasciati andare a se stessi. Crolli, impossibilità di conservare pezzi unici e una gestione miope sono balzati all’onore delle cronache mondiali.
Da noi qualcuno si indigna, all’estero ci si chiede come sia possibile; un inglese, parlando dell’Italia, mi disse “Se noi avessimo Pompei avremmo già costruito una gigantesca teca attorno per salvaguardarla”. Un’iperbole che però rende benissimo l’idea di come sia percepito il nostro patrimonio al di fuori dei patri confini.

Quel che è certo è che in Italia non servono tagli alla cultura ma investimenti massicci. E se il pubblico non riesce più ad investire forse sarebbe il caso di affidare la gestione ai privati, pur sempre sotto l’egida pubblica.

A.P.
@twitTagli

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