Crollano le pubblicità, il digitale le soffoca: tv locali sempre più in crisi

Crollano le pubblicità, il digitale le soffoca: tv locali sempre più in crisi

Il 90% delle televisioni private italiane ricorre alla cassa integrazione o ha fatto domanda per aprirne la procedura. Più della metà dei lavoratori è coinvolta e molti di loro hanno difficoltà a ricollocarsi, con la probabile conseguenza del collasso di un intero settore. È la fotografia della crisi dell’emittenza televisiva locale, scattata da Slc Cgil.
Visto lo sciame di piccole reti sparse sul territorio è difficile quantificare con precisione il fenomeno, ma una cosa è certa: il ruolo dell’informazione locale, inteso come pluralismo e palestra per giovani professionisti, sta traballando. Per questo motivo, la questione delle tv locali è considerata la grande occasione mancata del nostro Paese.

Il Piemonte è solo l’ultima regione, in ordine di tempo, investita dalla crisi: a marzo ha chiuso Telesubalpina, emittente storica torinese. In ballo ci sono mille posti di lavoro a rischio: il 72% dei lavoratori piemontesi, tra tecnici e giornalisti, è in cassa integrazione, mentre il restante 28% non percepisce lo stipendio o lo prende in ritardo.
Ma nessuna regione italiana sembrerebbe salvarsi. Ad agosto è stata annunciata la cassa integrazione per i lavoratori veronesi di Telearena, un anno fa è toccato alle siciliane Tele Nova, Teleiblea e Videouno e la stessa sorte ha avuto Telenorba, in Puglia.
Per molte regioni il problema sembra ormai cronico e la stessa Cgil lancia l’allarme: molte di queste emittenti rischiano la chiusura.

Anche la Lombardia, storicamente radicata nel mercato televisivo, fatica a galleggiare. Alla fine dell’anno scorso, dopo aver incassato i fondi per la riconversione al digitale, ha chiuso Telereporter, lasciando a casa 70 dipendenti.
Mentre la carta stampata riduce le pagine e le radio sopravvivono grazie a volontariato e sottoscrizioni degli ascoltatori, la televisione locale sembra ormai arrivata al capolinea.
Crollo del mercato pubblicitario, ritardi nel pagamento dei contributi pubblici e passaggio al digitale terrestre sembrano essere le cause principali.

Come prevedibile il crollo degli introiti pubblicitari, circa il 40% in meno negli ultimi 5 anni, è la lunga coda della crisi generale che ha investito l’economia nel 2008.
Ma le televisioni locali hanno subìto la stangata peggiore. Si tratta, infatti, di reti che vivono di pubblicità dei punti vendita: gli stessi che sono costretti a tirare giù le serrande. Non c’è da stupirsi, dunque, se gli incassi sono diminuiti verticalmente. Anche le televendite, bacino di risorse indispensabile per questi canali, sono collassate.

Complice, in questo caso, la riconversione al digitale, che ha fatto slittare di parecchi canali i programmi televisivi delle reti locali, penalizzandone l’accessibilità durante lo zapping. Con il passaggio dall’analogico al digitale, inoltre, le emittenti si sono trovate a gestire più programmi, andando, di fatto, in cortocircuito di contenuti.
Senza contare le ingenti risorse investite per l’aggiornamento tecnologico, coperto solo in parte dallo Stato. Già due anni fa Frt denunciava che nel 2009, in piena riconversione, l’intero settore ha registrato un passivo di 200 milioni circa.

Traliccio tv

Ma il problema principale è altrove. «Dopo un primo momento di smarrimento – spiega Sergio Rogna Manassero, fondatore di Videogruppo e docente di Linguaggio televisivo all’Università di Torino – le televisioni locali sembrano aver superato le difficoltà del passaggio al digitale, aumentando anche gli ascolti: dal 7 al 10%, in alcuni casi».
Nell’era della comunicazione globale sembrerebbe, dunque, esserci ancora bisogno di informazione locale e in un mercato pubblicitario florido il problema sarebbe facilmente estirpabile.
Ma se la pubblicità territoriale da sola non basta, occorrono altre soluzioni. «Innanzitutto si potrebbero raggruppare i dati d’ascolto delle televisioni locali, per attirare anche gli inserzionisti nazionali». L’obiettivo, in questo senso, è muoversi nell’immenso labirinto di dati e informazioni che riguardano questo tipo di emittenza, troppo spesso rilevati in modo parziale e nebuloso.

E se la sola pubblicità non basta, ci sono le leggi. La prima riguarda la regolazione dei contributi pubblici all’editoria, tagliati in tempi di spending review e fortemente osteggiati da gran parte dell’opinione pubblica.
Si tratta di 95 milioni di euro complessivi destinati all’intera rete delle emittenti locali nel 2012, destinati a diventare 35 milioni nel 2014. Un calo notevole se si pensa che solo nel 2008 erano stati stanziati 160 milioni di euro; inoltre, molto spesso si tratta di cifre virtuali, visto che le associazioni di categoria segnalano di anno in anno forti ritardi nell’erogazione.

Il contributo pubblico all’editoria è un tema delicato e può sconfinare in sprechi ed elemosine. Diverso, invece, il ragionamento sulla legge che regolamenta gli enti locali.
Il provvedimento prevede l’obbligo da parte degli enti locali di dirottare il 15% degli investimenti pubblicitari proprio sulla piccola emittenza.
Una legge mai rispettata, ma, insiste Rogna Manassero, «Proprio le amministrazioni pubbliche territoriali devono comprendere l’importanza che queste emittenti hanno nel pluralismo e nella diffusione di notizie locali».
In altri termini sembrerebbe necessario un investimento pubblico nella comunicazione: «È indispensabile che l’emittenza locale venga utilizzata nel bilancio degli enti pubblici, che non la si consideri come una cosa ornamentale, ma che sia un rendiconto ai cittadini». Altrimenti è un mondo destinato a spegnersi definitivamente.

Nel quadro di incertezza c’è chi cerca di orientarsi. Gianluca Gobbi, direttore di Radio Flash, emittente torinese del network di Radio Popolare ha creato I Mille, una rubrica radiofonica ad hoc.
Partendo dalla chiusura di Telesubalpina, nella sua città, l’obiettivo è cercare di dare una fisionomia quantitativa al fenomeno. «Disponendo di pochissimi dati ufficiali, l’unica cosa che possiamo fare e contarci partendo dal basso».
Perché per contrastare un fenomeno bisogna prima conoscerlo. Ma non solo: attraverso la radio, Gobbi sta cercando di mettere insieme più voci possibili dei lavoratori coinvolti. «Il lato positivo? Finalmente si sta prendendo coscienza di una situazione grave che va avanti da anni».

Andrea Dotti
@twitTagli

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