Che succederà in Emilia Romagna domenica?

Che succederà in Emilia Romagna tra una settimana?

Negli ultimi anni il trend è sempre stato lo stesso: ad ogni elezione, meno elettori si recano alle urne. Spesso questo risultato è stato utilizzato come arma dai perdenti che si arrampicano sui vetri dicendo che l'avversario non è pienamente legittimato dal voto della maggioranza degli elettori, cosa che spesso si è dimostrata vera. Anche alle ultime “esplosive” elezioni gli elettori che si erano recati ai seggi erano il 58%, e a quelle ben più “rivoluzionarie” del 2013 (che erano elezioni politiche, quindi sempre più catalizzatrici dell'opinione pubblica) il dato era arrivato al 75%.

Ma se c'è (?) e c'era una certezza in tutti questi anni è il dato forte degli elettori nella zona rossa. Specialmente in Emilia Romagna, dati alla mano, gli elettori sono sempre stati fedeli al loro compito disciplinato da “buoni” cittadini. La regione che ebbe il più alto numero di partigiani in Italia, affollò le urne fin dal celeberrimo referendum del '46, con ben il 93% di affluenza. Col passare del tempo le cose sono cambiate, ma la regione ha sempre avuto due sicurezze: un vagone di elettori pronti a recarsi alle urne, e l'essere una roccaforte del centrosinistra. La regione passò indenne anche a 20 anni di berlusconismo, senza lasciarsi ammaliare dal “presidente” che riusciva a poco a poco a soffiare alla sinistra il primato di primo partito in Umbria, in Liguria, nelle Marche.

Ma non è sempre stato rose e fiori: fin dalla “conquista” del '99 di Bologna da parte di Giorgio Guazzaloca e del centrodestra (grazie anche alla presidenza D'alema), si è notata una certa insofferenza pure tra l'elettorato storico del centrosinistra, che non disdegnava pure il voto a destra, e addirittura alla Lega. Si persero negli anni diverse città nella costa romagnola, Parma, il Piacentino, e pure qualche comune del modenese. E da questo malessere nel 2009/­2010 sorse il M5S, proprio in Emilia Romagna.

Anzi: in Romagna, a Cesena, col Woodstock5stelle, pieno di ex elettori di csx. Fu un movimento così impetuoso che riuscì a prendere Parma, e nel 2013 riuscì anche a sfidare il candidato emiliano Pierluigi Bersani, prendendo il 25% nel Paese, e il 24% nella Regione "rossa" per eccellenza.

Ma come tutte le bolle, anche quella del M5S è destinata ad esplodere in poco tempo. Proprio in Emilia Romagna. E così arrivò il primo espulso del M5S (ferrarese) Tavolazzi, e via via il consigliere regionale Favia (ah: L'Emilia Romagna diede anche 2 consiglieri regionali al M5S nel 2010), la consigliera comunale di Bologna Giorgia Salsi, tanti altri membri, un sindaco (a Comacchio) e addirittura cittadini (a Cesena furono espulsi pure “simpatizzanti”).

Alle europee del 2014, le europee di Renzi, del 40,8%, il risultato era di piena bocciatura verso il M5S e di “ritorno a casa” per il PD: 19% contro il 52%. centinaia di migliaia di cittadini romagnoli ed emiliani avevano cambiato idea, recandosi alle urne, diligentemente. Votò il 70%, circa un 10% in meno rispetto all'anno prima, ma un 12% in più rispetto al dato nazionale.

Nadia Urbinati, su La Repubblica del 12 novembre, ha scritto un interessante articolo sulle regionali in Emilia Romagna, dal titolo “se l'astensionismo conquista persino l'Emilia Romagna”. Alla luce del dato storico, pare che sia quasi normale. Ma se veramente andrà a votare il 50­/55% della popolazione attiva (come dicono alcuni sondaggi), non c'è nulla di cui gioire.
Sentiremo i soliti commenti stile “governeremo anche per ridare fiducia a chi non si è recato alle urne”, e i soliti controcommenti “tu non sei legittimato”. Sostanzialmente da questi risultati non ci dovrebbe essere niente da stare sereni, e neanche da disperarsi. Forse da riflettere.

Il dato dell'astensionismo passerà probabilmente in sordina rispetto all'exploit della Lega Nord (a due cifre), che si sta mangiando il centrodestra (Forza Italia andrà ampiamente sotto il 10%), e anche il M5S (che sta facendo una delle campagne meno dirompenti della sua storia). Il Pd perderà sicuramente qualche punto percentuale. E la regione rimarrà al centrosinistra.

I motivi di tutto ciò sono tanti: i candidati (che sono poco conosciuti, forse solo Bonaccini ha un po' più di fama), come si è arrivati a questa elezione (la condanna a Vasco Errani, e poi i consiglieri di tutti i partiti indagati), la crisi (che anche se in Emilia Romagnacolpisce meno che altrove, si fa comunque sentire), e lo scontro in atto nel paese tra governo e sindacati (l'elettorato solido del centrosinistra, soprattutto in una regione che fa del pragmatismo la sua arma di “buona politica”, non ama gli scontri). E questa sfiducia si sente nelle strade, nei mercati, nei bar, dove i romagnoli sono soliti chiaccherare di politica. Molti non sanno neanche che ci saranno le elezioni, perchè ci saranno le elezioni. E se questa scarsa informazione c'è tra l'elettorato solido del centrosinistra, quello di Forza Italia (in fase di deberlusconizzazione) e del M5S (che sta vedendo la prima campagna elettorale senza il suo leader in campo) sono ancora più spiazzati.

Con questo clima il 23 novembre si vota. E dai risultati si vedrà se nascerà “l'Italia” dei due Matteo (Renzi vs Salvini). Il giorno dopo resterà comunque il malessere di chi non ha avuto neanche voglia di uscire di casa, di camminare e andare a votare. E che spesso non è “l'elettore che se ne frega del suo futuro”, ma proprio quello che è così tanto preoccupato del suo futuro, che non riesce ad avere fiducia, in questa politica. Nella politica.

Mirko Web
@mirkoboschetti

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