C'erano una volta tre portieri...

C'erano una volta tre portieri...

 

Per fare il portiere bisogna essere pazzi. E questi tre portieri, così diversi, ma anche così simili, sono legati proprio dalla follia.

Follia che diventa poesia, tanto nei guantoni tanto negli scarpini, una poesia tale da rimanere indelebile nel mondo del calcio. Non sono europei, questi tre portieri: uno dal Centro America, gli altri due dal Sud. Tutti e tre nati quasi negli stessi anni: 1966, 1966, 1965.

Il primo di loro viene dal Messico e si chiama Jorge Francisco Campos Navarrete, per tutti Jorge Campos. Nasce ad Acapulco, terra di turismo, uno tra i paradisi del Centro America. Era alto un metro e sessantotto, un centimetro in meno di Lionel Messi, ma con una potenza e una velocità incredibili nelle gambe. Inizia la sua carriera nel Pumas UNAM, ma viene chiuso da un suo compagno di squadra nel 1988.

Jorge non si perde d’animo e si reinventa: attaccante. In quell’anno segna 14 reti in 37 partite. Torna in porta, ma il vizio del gol non lo perde, giocando alcune partite ancora da attaccante: segna addirittura un gol bellissimo nel campionato messicano, partendo dalla porta, passando la palla ai suoi compagni e alla fine segnando. Ma se con i piedi è micidiale, con le mani lo è ancora di più. Si dimostra uno tra i migliori portieri dei mondiali ’94 e’98 con i suoi miracoli: il Messico viene eliminato agli ottavi in entrambi i casi (ai rigori nel ’94 dalla Bulgaria; da una incornata incredibile di Bierhoff all’86° nel 1998). Con i suoi incredibili interventi trascina il suo Messico a vincere due volte la Concacaf, riconoscimento di una nazionale, quella messicana di quegli anni, piena di talenti cristallini come Luis Hernandez o come Cuauhtémoc Blanco.  Lo si ricorda anche per le sue magliette che indossava durante le partite: bellissime, sgargianti. Le disegnava lui stesso, e con sopra il numero 9 anche se giocava in porta. Coraggioso, agile come un gatto, capace di  una corsa a perdifiato. Nella sua lunga carriera scende in campo con la Nazionale per 130 volte, subendo solo 123 reti, e purtroppo non andando mai a segno. Nella carriera di club, invece, era entrato in tabellino ben 35 volte.

Josè Renè Higuita Zapata viene invece dalla Colombia, da Medellin. Una  città nota per la droga, e per i due Escobar. Il primo, Pablo, è stato uno tra i narcotrafficanti più celebri della storia; il secondo, Andres, fu lo sfortunato difensore della Nazionale ucciso per strada della città dopo l’autogol che aveva eliminato la Colombia dal Mondiale ’94.

Neanche Higuita è un gigante, un metro e settantacinque. Un funambolo, a cui però non è sempre andata bene: le sue imprese, come le sue vicissitudini personali, stanno su un sottile filo che separa apoteosi e catastrofe. Viene soprannominato “El loco”, il pazzo; porta i capelli lunghi, i baffi e la barba. Come per Jorge Campos, nemmeno a Higuita piaceva stare in porta per tutta la partita. Quando la palla giungeva nella sua trequarti, si improvvisava libero, a volte con risultati disastrosi (chiedere a Roger Milla nei Mondiali ’90), altre riuscendo a scartare anche più giocatori avversari nella stessa giocata (chiedere a Rudi Voeller).

Segna anche, ma solo su punizione o su rigore. Ma è nel 1995 che i suoi piedi tirano fuori dal cilindro una giocata straordinaria, magia pura da vedere e rivedere più volte. Amichevole Inghilterra-Colombia: Jamie Redknapp fa un tentativo (alquanto goffo) da distante, un morbido pallonetto che ogni portiere normale avrebbe preso semplicemente tra le braccia. Ma Higuita non è un portiere normale, e quella sera si inventa questa roba qui:

Non l'unica follia di Higuita: nel 1993 venne arrestato perché si improvvisò mediatore in un sequestro di un bambino senza il consenso della polizia; nel 2004 viene squalificato perché trovato positivo alla cocaina. Chiude la sua carriera calcistica a 43 anni, dopo aver segnato 51 reti distribuite tra i 14 club nei quali ha militato, e dopo aver indossato la casacca della nazionale colombiana per 68 volte, subendo solo 54 reti e segnandone 3.

L’ultimo dei tre nasce nel 1965 a Luque, in Paraguay. Molti se lo ricordano, José Luis Felix Chilavert Gonzalez. Attualmente è considerato (secondo l’IFFHS) il sesto miglior portiere mondiale del secolo. Alto 1,88, aveva minori velleità artistiche rispetto agli altri due: eppure, a fine carriera, saranno 62 le sue marcature.

Fu capitano carismatico della nazionale paraguayana, capace di grandissimi interventi e di rigori parati (celebri le sue provocazioni ai tiratori e le sue esultanze dopo aver parato). Rigori che, a 24 anni, scopre anche di essere capace a battere: è il 27 agosto 1989, qualificazioni mondiali, 89° minuto. Il Paraguay è bloccato sull’1-1 contro la Colombia proprio di Higuita. Viene fischiato un rigore a favore del Paraguay, e i due matti si trovano contro: Chilavert si incarica di battere il rigore e segna. Sarà il primo di una lunga serie: sono 45 i penalty che Chilavert ha insaccato, 15 le punizioni, due su azione. Di questi, due sono memorabili: uno è un rilancio dalla sua porta che finisce in rete beffando il portiere in uscita; l'altro dalla sua metà campo, su una punizione che si infila proprio sotto il montante.

Quando si dice... essere un numero 1.

Alessandro Sabatino

Commenti

doc. NEMO dice:

Che bell'articolo!
Ricordo anch'io le prodezze leggendarie di Chilavert, nonché l'appeal stravagante di Higuita. Jorge Campos invece l'avevo meno presente, una storia molto particolare e certo non comune. :)

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