Caso-Borromeo: la troia è nella testa di chi legge

Caso-Borromeo: la troia è nella testa di chi legge

E va bene, visto che proprio insistete (ma chi? ma quando?) scriverò anch'io come la penso sugli articoli/inchiesta di Beatrice Borromeo sul tema della sessualità tra ragazzini di 14 anni, e sulla polemica sviluppatasi attorno ad essi.
Gli articoli in questione sono questo e questo. Il metodo dell'inchiesta fatta per interviste singole può non piacere, e non mi sento sufficientemente maestro di giornalismo da sostenerne l'efficacia o da criticarlo.
Qui trovate l'opinione in proposito di una delle nostre penne, sul suo blog personale.

Parlando invece delle polemiche scaturite sul contenuto, io credo che essenzialmente chi critica questi articoli o la loro autrice lo faccia perché, senza rendersene conto, ha una mentalità bigotta ed estremamente maschilista, che fa sì che - essenzialmente - non riesca ad accettare il quadro sociale che ne emerge. La critica tipo infatti arriva più o meno a questa tesi:

"La Borromeo generalizza e fa passare tutte le 14enni per delle troie".

Falso. Gli articoli in questione descrivono un atteggiamento delle ragazze di oggi.
A metterci sopra l'etichetta di "troie" è il cervello dei lettori, che non riesce proprio a farsi andare bene che la sessualità tra i giovani oggi sia vissuta in maniera totalmente differente rispetto a 10 anni fa. Ai miei tempi (voi non potete minimamente capire quanto faccia sentire vecchi scrivere "ai miei tempi", anche se sono solo 12 anni fa) le ragazzine perdevano già la verginità a 14 anni, ma questo generalmente accadeva col fidanzato, il quale di solito era più grande di 2 o 3 anni.
I maschietti invece a 14 anni avrebbero infilato il birillo pure in un pompelmo, pur di avere un buco umido a disposizione; ma nella maggior parte dei casi dovevano accontentarsi di un'erezione perenne fino ai 16-17, quando finalmente riuscivano a impalmare una ragazza di 2-3 anni più giovane.

"Ma i pantaloni a vita bassa, come fanno a starti su?"
"Ho un'erezione"
"Ma tutto il tempo?"
"Ho 15 anni"
"Ah, allora va bene"

(Leo Ortolani)

Oggi le cose sono cambiate, e quel poco di contatto che ancora ho con il mondo dei ragazzi di quell'età (fratelli/sorelle di amici, figli di amici di famiglia, etc.), mi conferma che lo status quo attuale è quello descritto negli articoli incriminati. Lo trovo un mutamento sociale interessante, anche da un punto di vista giornalistico. Trovo interessante che oggi a 14 anni, al di là dell'attività vera e propria, ci sia un interessamento al sesso maggiore nelle ragazze rispetto ai ragazzi, e trovo interessante che la perdita della verginità sia vista come uno status sociale da conseguire, e non come un momento di piacere.

È giusto? È sbagliato? A mio parere, lo scopo ultimo del sesso è il piacere (non solo necessariamente il proprio), quindi se non ti diverti e non si diverte l'altra persona, diciamo che potreste entrambi starvi perdendo qualcosa... ma questo è al massimo il consiglio che potrei dare ad un amico/amica di quell'età.
Lo stesso utilizzo del termine "troia" indica a mio avviso una forma di discriminazione, visto che, come ho già spiegato altrove, ritengo che il mestiere più antico del mondo, se praticato liberamente, e con piacere (il piacere di soddisfare qualcuno), dovrebbe avere la dignità di qualsiasi altro.

Il giudizio morale lo lascio a tutti quelli che in questi giorni sono impegnati a etichettare la Borromeo come "maschilista" perché fa passare le ragazzine per delle troie, senza accorgersi che i maschilisti sono loro, che etichettano come troiaggine qualsiasi abitudine sessuale differente da quelle cui loro erano abituati.

Luca Romano
@twitTagli

Commenti

Caso-Borromeo: la troia è solo nella testa di chi legge?

Per quel che mi ricordo il sesso è sempre stato un argomento ansiogeno per gli adolescenti (maschi e femmine) e per gli adulti che con quei ragazzi si rapportano, onestamente credo che reportages del genere, fatti per scandalizzare i soliti benpensanti (sai che fatica), siano abbastanza inutili sia da un punto di vista documentale (2 interviste per descrivere una generazione, non male...) che da quello umano.
Il "giudizio" poi non è necessariamente solo quello espresso apertis verbis da chi scrive ma passa anche attraverso il punto di vista che si sceglie di prendere. In questo caso basare il reportage sulle testimonianze di due (2) ragazzi che appaiono e si raccontano come "altro" rispetto alla realtà che descrivono è dare un giudizio, anzi peggio, insinuare un giudizio nascondendosi dietro al "L'hanno detto loro, chi sono io per approfondire il discorso?" (Bella domanda).

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