Australian Open 2016, ovvero cinque anni di Nole-Impero

Australian Open 2016, ovvero cinque anni di Nole-Impero

Per ogni grande giocatore esiste un torneo (o ne esistono due, o tre) nel quale questi riesce a massimizzare le proprie prestazioni, dove tutto riesce facile e dove alla fine quasi sempre il risultato è sempre lo stesso: la vittoria. 
La grandezza di un giocatore di tennis dipende dal tipo di torneo che questi sceglie per esprimersi al massimo. Volete un esempio? Per Federer è Wimbledon, per Nadal è il Roland Garros. Per Djokovic sono gli Open d’Australia.

Questo weekend Djokovic ha vinto il sesto titolo australiano: nessuno ha fatto meglio. Escludiamo l’edizione del 2008, il primo Slam del serbo vinto in condizioni particolari – Federer con la mononucleosi, una finale con Tsonga (uno che poi non si è mai più espresso a quei livelli), e concentriamoci su quella del 2011, la seconda vinta da Djokovic.
Oggi appare sempre più evidente, infatti, che quel titolo australiano coincide con uno dei momenti storici del tennis: la fondazione del Nole-Impero.

Torniamo a quel gennaio di cinque anni fa. Si arrivava da un 2010 a forti tinte spagnole (Nadal vincente a Parigi, Londra e New York) con le solite note rossocrociate (Melbourne e le Atp World Finals di Londra per Ruggero il Magnifico). Agli altri, le briciole.
I bookmakers, con ancora negli occhi il Federer scintillante del Masters di Londra del novembre precedente, davano lo svizzero favorito per pedigree e per il fatto che in fondo si trattava del campione in carica.
La situazione per Djokovic si stava facendo stretta. Non vinceva uno Slam da ormai tre anni; aveva raggiunto una sola finale Slam (a New York, nel 2010). Lui e Murray, pur ormai stabilmente nell’elitès del tennis, non sembravano adeguati al compiere l’ultimo step, quello che ti porta in vetta. Non pronti: non adeguati.
Djokovic in quel gennaio 2011 sa di avere di fronte a sé due tra i più grandi tennisti della storia, lo sapeva fin dal primo titolo di tre anni prima: è per questo che in questi tre anni non ha mai smesso di lavorare sui propri colpi. È un ragazzo volitivo, metodico, che non si arrende. Però gli altri due sembrano di un altro pianeta…

 

NOLE-IMPERO, ATTO I – Nadal, io non ti temo più. Ma tu, Roger…

Il dominio di Djokovic prende vita il 27 gennaio 2011, nella semifinale contro Roger Federer. Si presentano all’appuntamento entrambi con un torneo molto convincente.
Federer, da qualche mese sotto la guida di Paul Annacone, tecnico dell’ultimo Sampras, attraversa un momento di condizione tecnica futuristica. È nell’anno degli enta e si è convinto di non poter più competere con i suoi avversari basando il suo tennis su una fisicità preponderante che, badate bene, è stata una dei segreti del dominio svizzero a metà anni Duemila.
Federer incomincia perciò quel percorso di brutale accorciamento spaziale del gioco del tennis che l’estate scorsa ha avuto la sua conclusione con la celebre SABR (Sneakyattack by Roger).
All’epoca, privo di soluzioni così estreme, Federersi limita a colpire ogni palla in controbalzo da fondocampo, accorciando al massimo la distanza temporale tra rimbalzo a terra e impatto con la racchetta. Gioca a togliere il tempo all’avversario ed è il naturale favorito della semifinale.

Le prestazioni di Djokovic sono passate sottotraccia per tutto il torneo. Apparentemente non ha modificato nulla nel suo gioco, eppur qualcosa si è mosso. In questo primo scorcio di 2011 sembra aver risolto le problematiche al servizio – meccanismo inceppatosi con la collaborazione con Todd Martin nei due anni precedenti.
Il resto del campionario è rimasto stabile: una delle migliori risposte della storia e un rovescio mortifero. Il dritto sembra più sicuro, ma si tratta di dettagli.
La semifinale con Federer è combattuta ad alto livello.
Djokovic si prende il primo set al tie-break, mentre nel secondo i due si breakkano e controbreakkano un paio di volte, ma Federer, a un passo dal portare a casa il secondo set (serve su 5-2), fallisce la prova e si lascia sfuggire il set.
Nole chiude in tre.

La finale contro Murray, una delle peggiori nella storia degli Slam, termina in tre rapidi set. È il secondo Slam per Djokovic, che mostra evidentemente un feeling particolare con la terra dei canguri.
Da Melbourne inizia il Novak-Tour nei quali Djokovic miete successi in quelli che una volta erano i feudi rogeriani e rafaeliti: cadono Indian Wells, Miami, Madrid e Roma (non proprio come sfangare il torneo del CRAL del quartiere, ecco).
Arriva alla semifinale del Roland Garros con un parziale di 43 partite vinte consecutivamente, la terza striscia di sempre. Il suo avversario è lo stesso della semifinale australiana, quel Roger Federer che sta vivendo una stagione in tono minore e che sulla terra non appare il più imbattibile degli avversari. Dall’altra parte Djokovic, già due volte vincitore su Nadal a Roma e Madrid, è il cosiddetto "giocatore in fiducia a cui riesce tutto", ed è probabilmente non solo il favorito della partita con Federer, ma del torneo.
Succede quello che non ti aspetti, come nella semifinale di Melbourne: il serbo e lo svizzero giocano una partita fantascientifica, ritmo, potenza, elasticità, corsa e tocco: non manca nulla.
Vince Federer in quattro set, chiudendo al tie-break con un ace centrale e il dito rivolto verso il cielo come a dire: ve l’avevo detto.

Sfuggito il Roland Garros, Nole non si perde d’animo e riprende il filotto di vittorie: arrivano così i titoli a Wimbledon e agli Us Open, sempre in finale con Nadal: Rafa non lo sa ancora, ma manca relativamente poco a quella crisi tecnico-esistenziale che lo assalirà e di cui abbiamo parlato qui, e questa forse è la primissima crepa nel suo monolite. 
Nole però arriva cotto al finale di stagione e Federer ne approfitta per vincere il sesto Masters della carriera.
Il 2011 di Djoko è stato un anno straordinario, da molti giudicato irripetibile. La pressione sulle spalle del serbo è molta, e difatti, dopo l’ennesimo titolo agli Australian Open, Djokovic smarrisce un po’ la retta via. Vince Miami (ma non Indian Wells), non conquista nessun torneo su terra (compresa la finale parigina contro Nadal), perde in semifinale a Londra contro Federer (poi vincitore del torneo) e, dulcis in fundo, cede la leadership della classifica all’elvetico.
La sua estate sottotono prosegue alle olimpiadi, dove perde la finale per il bronzo da Del Potro e la finale degli Open americani contro Murray. Torna ai suoi livelli soltanto nella stagione indoor, quando conquista il secondo titolo alle Atp Word Tour Finals contro Federer.

Termina qui la prima fase del Nole-Impero: il serbo conclude l’anno in cima al ranking per la seconda volta esibendo una continuità che gli altri tennisti non possono permettersi. Ha dimostrato, in questi due anni, di non temere più il confronto con Nadal, dal quale ha sì perso la finale parigina del 2012, ma al quale ha inflitto sette sconfitte consecutive (sette!) a cavallo tra lo stratosferico 2011 e il 2012.
È chiaro a tutti: se Nole sta bene di fisico e di testa – e nella primavera 2012, causa la scomparsa del nonno, nel meccanismo Djokovic qualcosa si è inceppato – Nadal non è mai certo della vittoria, neanche sul rosso. Anzi.
Diverso il confronto con Federer. Lo svizzero gli ha inflitto due delle tre sconfitte più cocenti degli ultimi due anni, privando il serbo di un probabile Grande Slam (semifinale parigina del 2011) e di una seconda finale consecutiva a Londra (2012). Gli ha fatto vedere i sorci verdi agli Us Open del 2011, e gli ha conteso la vetta del ranking per tutta la parte conclusiva della stagione 2012.
In una parola, ha mostrato a tutti che il serbo, per quanto forte, è vulnerabile. Se sfidato nella giusta maniera, Djokovic può cadere.
Il numero 1 soffre il gioco di Federer, le sue accelerazioni e la sua continua ricerca del punto. Federer è il vecchio Signore della Guerra con cui confrontarsi per consolidare l'Impero: lo scontro titanico è necessario, quella è la via.

 

NOLEIMPERO, ATTO II – il ritorno di Nadal

Il 2013 si apre con un randez-vous: il quarto titolo a Melbourne per Djokovic.
È però un torneo molto interessante. Esplode la bomba Wawrinka, capace di tenere il serbo in campo per cinque set e oltre 5 ore; Murray, alla sua terza finale australiana, cede le armi in quattro set a causa vesciche alle mani.
In pochi lo osservano, ma lo scozzese attraversa una fase della sua carriera particolarmente felice nella quale Lendl, da un anno nel suo box, gli ha sistemato il dritto rendendolo un giocatore più completo.
La finale degli Open d’Australia 2013, senza l’infortunio, l’avrebbe probabilmente vinta lui.

Il 2013 vede il ritorno di Nadal alle competizioni dopo una pausa di metà anno causa infiammazione al ginocchio. Rientra in campo in Sud America a febbraio e a marzo trionfa già a Indian Wells.
Poco importa che a Montecarlo vinca Djokovic perché lo spagnolo si riprende Roma, Madrid e lo batte anche nella semifinale di Parigi dopo una battaglia conclusa 9-7 al quinto e uno smash goffo di Djokovic per portarsi sul 5-2 nel set decisivo. Nadal vincerà il torneo su Ferrer (che Nole verosimilmente si sarebbe mangiato in insalata).
Passi una, passino due, ma sciupare tre occasioni per vincere l’unico titolo Slam che ti manca significa che la tua ricerca sta diventando un’ossessione.

Djokovic perderà ancora a Wimbledon, in finale da Murray, e a New York, in finale da Nadal. Quest’ultima sconfitta è in qualche modo paradigmatica della seconda fase del Nole Impero.
Djokovic rimane il giocatore più continuo: nei grandi tornei arriva quasi sempre in finale e anche nei Mille è costante. Indoor, da un paio di stagioni a questa parte, è il più forte, anche più di Federer. Però negli Slam si ferma sempre un passo prima del traguardo.
Il Murray versione Lendl è un altro tennista rispetto a quello di qualche stagione fa, e la sconfitta contro di lui a Londra è tutto sommato accettabile.
A New York succede però qualcosa che Nole non può digerire facilmente. Da un paio di anni a questa parte è lui il punto di riferimento per il gioco su cemento e Nadal, per quanto possa essere in forma, non può essergli davanti. La sconfitta contro di lui in America è forse il punto più basso di questi cinque anni imperiali.
A fine stagione, Nadal perde la finale del Masters contro Nole ma conclude ugualmente l’anno al numero 1. Murray si è sottoposto a un’operazione alla schiena a settembre; Federer si è perso nei meandri pure lui di una schiena che non gli dà tregua sprofondando al sesto posto del ranking.

Il momento no di Djokovic prosegue nel 2014. Wawrinka lo elimina ai quarti dell’Australian Open e andando poi a vincere il torneo su Nadal (!). Djokovic vince a Indian Wells, Miami e Roma, ma, incredibile dictu, ritrova un avversario, Federer, che con la cura Edberg sana la sua schiena e il suo gioco riproponendosi competitivo nelle vesti di volleatore d’eccezione.
A Parigi, la finale è nuovamente cosa tra il belgradese e il maiorchino. Djokovic vince il primo; poi si spegne atleticamente e consegna il nono titolo a Nadal.

Wimbledon 2014 arriva in un momento delicatissimo della carriera di Novak. È senza Slam dal gennaio 2013, ha perso le ultime tre finali major disputate, non è più il numero uno della classifica e - quel che è peggio - si ritrova nuovamente a soffrire i soliti due avversari storici: Nadal, che quando conta alla fine riesce a batterlo, e Federer, che sui prati è Re, monarca unico e indiscusso.
Djokovic vive un torneo sofferto. Ai quarti Cilic lo costringe al quinto set (e Nole era sotto 2-1); in semi, il bulgaro Dimitrov fa e disfa come solo i giocatori di talento superiore sanno fare sprecando l’opportunità di entrare nel quinto set. Dall’altra parte del tabellone, Federer vola sull’erba di Church Road incontrando qualche difficoltà solo contro il connazionale Wawrinka nei quarti.
Il modo in cui il sette volte campione doma Raonic in semifinale lascia pensare che in finale il grande favorito sarà lui.

Il 6 luglio Federer entra in campo e sembra Napoleone. Gioca il suo tennis, servizi vincenti, ace, e dritti in controtempo per prendere la rete e schienare Djokovic.
Vince il primo set al tie-break.
Perde il secondo perché l’altro, in fondo, è sempre Novak Djokovic, alias la miglior risposta del mondo.
Il terzo set, anche questo al tie-break, se lo aggiudica ancora il serbo, che poi scappa sul 5-2 nel quarto. Ehi, ma che sta succedendo? Federer, nonostante la ritrovata verve offensiva, non è più in grado di stare al passo di Djokovic, il quale, per giunta, sta giocando a un livello che non aveva mai raggiunto in tutto il 2014.
Sul 5-2 Federer, senza chance né alternative, tira fuori l’orgoglio, la rabbia del campione che si vede sul punto di cadere e che vuole reagire. Gioca il suo tennis, quello degli anni magici, e Djokovic può letteralmente solo guardare: da 5-2 a 5-7 e il match va al quinto set.

L’incontro ora è indecifrabile: Federer è comprensibilmente stanco – ha recuperato una partita già persa e le gambe, a 33 anni e dopo oltre tre ore e mezza, sono un po’ ferme –, ma Djokovic è stanco di testa. Non ha vinto quando poteva e doveva, gli sembra di rivivere sempre lo stesso incubo, finali che dovresti vincere e invece...
L’atmosfera è tesa. Il pubblico parteggia per il Re: il titolo numero otto non l’ha mai vinto nessuno a queste latitudini. Djokovic è metaforicamente con la testa sott’acqua.
Sul 3-3, palla break Federer.
Nole si salva.
Tre turni di battuta dopo, Nole strappa il servizio all’avversario e conquista il secondo titolo a Wimbledon.

Lo si è percepito già in diretta, che quella vittoria per Nole poteva essere un nuovo inizio. Sconfiggere Federer, l’eterno rivale, a casa sua, sostenuto dal suo pubblico, sopravvivendo a quella furiosa reazione dello svizzero a cavallo tra quarto e quinto set, è storia di campioni. Non importa che Djokovic si lasci sorprendere a New York dal giapponese Nishikori; la storia del tennis cambia in maniera definitiva quella domenica di luglio.

 

NOLE-IMPERO, ATTO III: Nole contro tutti

Djokovic conclude la stagione al numero 1 e vincendo il quarto Masters della carriera. Nel 2015 complice la prematura eliminazione di Federer e un Nadal non in condizione, riconquista agevolmente l’Australia vendicandosi di Wawrinka con un perentorio 6-0 al quinto.
Dall’Australia incomincia un assolo che porta Nole a sollevare trofei in ogni parte del globo: dal Nord America al rosso europeo.
Nadal non è più lui – viene persino battuto a Madrid da Murray – e ai quarti di finale dello slam rosso viene eliminato in tre set secchi dal serbo, ormai grande favorito per la vittoria.

In finale Djokovic ritrova uno dei suoi grandi rivali, Wawrinka, il quale si è fatto strada nel torneo in maniera un po’ sorprendente senza che nessuno gli desse le giuste attenzioni.
Djokovic si aggiudica il primo set e questa volta la corsa al titolo parigini – e al Career Grand Slam – sembra davvero fatta. Ma Wawrinka, in un modo o nell’altro, è un avversario maledetto. Ha un gioco che il serbo patisce particolarmente perché pur non avendo una resistenza sullo scambio da fondo degna dei vari Nadal e Murray, ha la capacità, un po’ come Federer, di scagliare colpi vincenti da qualsiasi punto del campo.
E più dell’altro svizzero è in grado di polverizzare il piano di gioco di chiunque con rovesci chirurgici e violentissimi.
Se in giornata, Wawrinka è fortissimo. Quel giorno, Wawrinka è decisamente in giornata.
Vince il secondo e vince il terzo set. La maledizione si ripete. Sono quattro anni che Nole arriva più o meno da favorito a Parigi e che, in un modo e nell’altro, ne esce respinto.
Sei anni dopo il trionfo di Federer, Parigi conosce un nuovo padrone svizzero.

Altro momento durissimo per Djokovic, che si ripresenta ai nastri di partenza a Wimbledon da campione uscente. Fortunatamente l’Atp ha deciso di distanziare di un’ulteriore settimana i tornei di Parigi e Londra in modo da permettere un più felice adattamento alle condizioni di gioco dell’erba – molto più rapide rispetto alla terra.
Djokovic si mette alle spalle la finale parigina, ma di fronte a sé ha di nuovo quel Roger Federer che l’anno prima a momenti gli portava via il titolo londinese.
Se possibile, lo svizzero, gioca anche meglio rispetto all’anno precedente. Ha ormai metabolizzato perfettamente gli schemi edbergheriani e la settimana di preparazione in più giova soprattutto a lui, l’ultimo grande erbivoro del tennis.
Prima della finale perde un solo set, mentre Djokovic è costretto al quinto da Anderson, uno spilungone tutto servizi e dritti che per un pomeriggio porta in confusione il numero 1 del mondo.

La finale, a dispetto delle premesse, è meno bella di quella dell’anno precedente. Non si capisce se sia Djokovic a essere salito ulteriormente di livello o se sia Federer a pagare lo scotto di una semifinale – contro Murray di due giorni prima – dove ha sciorinato il miglior tennis su erba degli ultimi anni. Forse, a 34 anni, non è più in grado di dare continuità a una prestazione del genere.
Chissà.
Fatto sta che Djokovic non dà mai l’impressione di rischiare veramente la sconfitta e alla fine porta a casa il titolo. A New York, dopo un’estate in tono minore, Djokovic si presenta naturalmente da favorito e a sfidarlo c’è, come un paio di mesi prima, il diciassette volte campione slam.
Lo svizzero ha una nuova arma nel suo arsenale, la SABR, e più in generale mostra una fiducia nei propri mezzi tecnici e atletici sconfinata.

Federer giunge in finale senza aver perso neanche un set. La finale contro Nole è più aperta che mai. Eppure Federer si scioglie subito, quasi come se giocasse sotto pressione.
È strano, in fondo a 34 anni e con una bacheca che più piena non si può, non è lui quello che ha qualcosa da perdere.
Djokovic mostra, d’altro canto, la virtù dei più forti: la serenità. Gioca come se sapesse che alla fine vincerà lui, e in effetti 23 palle break sono un tesoro che nemmeno Federer può permettersi di non capitalizzare.
Djokovic vince, soffrendo più di qualche mese prima a Londra, ma vince. La loro sfiderà conoscerà un’ulteriore atto a Londra, alle Atp Finals di Londra, e sarà ancora il serbo a laurearsi Maestro. 
Il 31 gennaio 2016 Djokovic conquista il sesto Australian Open e undicesimo Slam della carriera. L'impero prospera sotto il dominio del suo sovrano.

Maurizio Riguzzi

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