ARTISTICA NOIR - L'isola dei morti di Arnold Böcklin e il perverso amore di Hitler

ARTISTICA NOIR - L'isola dei morti di Arnold Böcklin e il perverso amore di Hitler

“Un'immagine onirica: essa deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe fare paura”.
Arnold Böcklin, artista.

C’è un treno speciale che corre verso Ovest. La locomotiva nera, lanciata a tutta velocità, porta davanti una grande stella rossa. La stella in movimento veloce, cometa terrestre da un altro mondo, attraversa le grandi pianure imbiancate dalla prima neve, perfora la nebbia sugli sterminati campi d’Ucraina, entra in quella che un tempo era la Polonia orientale e ora è URSS, penetra in quella che un tempo era la Polonia occidentale e ora è Terzo Reich. Ha iniziato il suo viaggio su rotaia 36 ore prima, da Mosca.
Il treno speciale rallenta sui binari, si annuncia facendo sentire il suo fischio che viene dal Cremlino, sbuffa tra le banchine della stazione di Anhalter Bahnhof. La stella rossa della locomotiva nera si ferma a Berlino.
Guardiamo le bandiere della nazione ospitante e della nazione ospite, che ovunque ornano la stazione. Ci sbigottiamo. Che bizzarria storica vedere la falce e il martello accanto alla svastica. Sono cose che sono accadute.

Si apre la porta della carrozza, e rapidi, due uomini in divisa srotolano una guida rossa. I piedi di Vjačeslav Michajlovič Molotov, il Presidente del Consiglio dei commissari del popolo dell’URSS, poggiano a terra.
Molotov, in cappotto doppiopetto e occhialini. Molotov, il potente pianificatore dell’agricoltura e dell’industria. Molotov, il capo intoccabile dell’esecutivo. Molotov, l’erede di Stalin e suo cane fedele. Molotov, il fucilatore. Molotov, il creatore di carestie artificiali. Molotov, il boia che assomiglia ad un ragioniere.

Gli hanno dedicato persino una bomba incendiaria: famosissima, i primi ad usarla sono i soldati nazionalisti di Franco durante la guerra civile di Spagna che attaccano i carri sovietici donati alla causa repubblicana. I finlandesi durante la guerra d’inverno del 1939-40 ne fanno l’ordigno nazionale contro i russi.
Poi la usano gli stessi russi contro i tedeschi, gli ebrei in rivolta nel ghetto di Varsavia, e via via per tutto il novecento incendiato, in ribellioni, guerriglie, moti, scontri metropolitani, teppismi.
La bomba-discount, molto economica, facile, per tutti, per grandi e piccini.

È uno degli uomini più potenti e temuti della Terra, il braccio destro del baffuto grande compagno geogiano, e nel 1939 è nominato anche Commissario del popolo agli Affari Esteri, cioè Ministro degli Esteri, in sostituzione a Maksim Litvinov, inviso ai nazisti perché vicino a Gran Bretagna e Francia, e perché ebreo. Per quel compito, serve qualcuno che coi tedeschi sappia trattare.
È accolto calorosamente alla stazione dal Ministro degli Esteri Joachim von Ribbentrop, con cui mesi prima ha siglato un trattato di importanza storica, di effetti geopolitici planetari.
Von Ribbentrop è vanitoso, arrampicatore, parvenue, ambiziosissimo.
Herman Göring dice che è un borioso pavone, il primo pappagallo di Germania, un pazzo criminale.

Il Reichsführer Heinrich Himmler, capo supremo delle SS, stringe la mano all’ospite. Gli occhiali tondi di Himmler guardano gli occhiali tondi di Molotov. Di spalle, altri gerarchi.
C’è il feldmaresciallo Wilhelm Keitel, numero due dell’esercito dopo il Führer, junker e fedelissimo; il generale “signorsì”, il generale “Jawohl!”, il generale che da bravo soldatino obbediente risponde mansueto sempre e comunque per assecondare il suo capo con colpi di tacchi degli stivali molto lucidi.
C’è Robert Ley, capo del Fronte del lavoro e del sindacato unico, alcolizzato da strizzare; si mormora che abbia amputato una v dal suo cognome, arianizzandolo da Levy, piuttosto israelitico, in un più politicamente e razzialmente corretto Ley, molto più germanico.
C’è l’ambasciatore tedesco a Istanbul, Franz von Papen, aristocratico elitario e classista, cattolico e conservatore, uno dei protagonisti dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania.
C’è Otto Dietrich, capo di tutti gli organi di stampa del Reich e subalterno all’onnipotente Ministro della Propaganda Dottor Joesph Goebbel,  in divisa da alto ufficiale delle SS.

La banda musicale delle SS con gli elmetti teutonici sulle teste attacca con l’Internazionale.

La banda musicale delle SS con gli elemetti teutonici sulle teste prosegue con Deutschland über Alles.

Il corteo di Mercedes una grigia e piovosa mattina di novembre del 1940 si dirige verso il quartiere governativo, il cuore del potere che vuole diventare imperiale e millenario.
L’inviato Molotov si trova nella capitale dell’amico che diventerà presto nemico. Sono in corso i colloqui tedesco-sovietici per rettificare e se possibile allargare quello che è stato siglato nell’agosto del 1939 a Mosca, quando s’è stretto il patto Molotov – Ribbentrop; l’indicibile patto non con il diavolo, ma tra due diavoli. Chi fotterà chi? Verrà fregato prima il diavolo nero dal diavolo rosso, o viceversa?
Viceversa.
Adolf Hitler ha già in testa un piano, ancora pochi mesi, la prossima estate, e poi...

L’accordo tra Hitler e Stalin ha permesso ad ambedue i totalitarismi di crescere territorialmente. La Polonia è stata divorata. La Finlandia è stata attaccata dall’Armata Rossa, a cui ha ceduto il 10% del proprio territorio non prima però di averle inferto gravi perdite. Estonia e Lettonia sono cadute e inglobate nell’URSS, così come i territori orientali romeni della Bessarabia.
La spartizione pattuita ad Est tra l’orso russo e l’aquila tedesca, ambedue dal forte appetito imperialista, ha inoltre permesso alla Germania di condurre con le spalle coperte le vittoriose operazioni ad Ovest (vittoriose perlomeno fino alla battaglia d’Inghilterra).
In quegli anni gli atlanti geografici devono essere aggiornati di continuo, le frontiere sono in movimento, i cartografi impazziscono a stare dietro agli eserciti.

Ora sul piatto viene posta una puntata ancora più pesante. C’è la possibilità per l’URSS di entrare addirittura nel Patto Tripartito, al fianco di Germania, Giappone ed Italia, per condurre la guerra contro l’Inghilterra e la spartizione del mondo intero, una fetta al fascismo, una fetta al bolscevismo.
Il corteo giunge alla nuova Cancelleria del Reich, progettata da quel genio di Albert Speer.
La delegazione stalinista percorre lunghi corridoi marmorei dai soffitti come cattredali. I passi svelti di cinquanta paia di scarpe e stivali echeggiano nel palazzo mentre le gigantesche guardie d’onore in nero-argento della doppia S stilizzata a fulmine aprono loro porte immense, verso la sala del trono.

Molotov, Ribbentrop, l’ambasciatore russo a Berlino e interpreti vengono accompagnati al cospetto del Führer, nel suo studio privato. È il momento clou dei colloqui, tutto il resto è solo formalità.
Una fotografia giunge a noi, settantacinque anni dopo. Guardiamola. Ha congelato per sempre una scena del 12 novembre 1940.
Un uomo con i capelli lucidi di brillantina è di spalle: il Ministro degli Esteri Joachim von Ribbentrop.
Alla sua sinistra ha un uomo coi baffi e gli occhiali: il Presidente dei commissari del popolo Vjačeslav Michajlovič Molotov.
Il terzo uomo del cerchio ha un volto che si riconosce immediatamente: il Führer del Terzo Reich, Adolf Hitler.

Dietro il cerchio, e dietro parole di importanza storica che hanno il potere di modificare l’esistenza di milioni di altri individui, un quadro.
È L’Isola dei morti di Arnold Böcklin, pittore simbolista svizzero per nascita, tedesco per formazione, italiano per amore.
Nel 1880, la vedova Marie Berna (poi contessa von Oriola di Budesheim in seconde nozze) visita lo studio dell’artista a Firenze. Si aggira tra raffigurazioni romantiche e simboliste con primi accenni di influenza dall’Art Noveau, di prossima nascita; osserva malinconiche e enigmatiche immagini di ville sul mare, lotte furibonde tra centauri, un autoritratto con alle spalle la morte che suona il violino.
La vedova Berna si ferma dinnanzi ad una tela che vede appoggiata ad un cavalletto, e che non è ultimata, l’artista ci sta ancora lavorando.
Rimane folgorata.
Ipnosi.
Vuole possedere anche lei un quadro per sognare, un dipinto sull’altro mondo, quello del sogno, e sulla morte e i misteri che essa porta.
Non è un soggetto semplice, no, per nulla.
A Böcklin occorre un mese di lavoro. Ed è un lavoro di successo.
Realizza e vende cinque versioni tra il 1880 e il 1886; stessa raffigurazione, diversa luce e tonalità e dettagli che differiscono.

L’opera che vede la vedova Berna nello studio di Firenze è la prima della serie, commissionata dal mecenate Alexander Günther. La seconda versione, quella incaricata da Marie Berna, è più piccola e realizzata su legno.
La signora ha però richieste particolari. Vuole che vengano aggiunti altri elementi, rispetto all’opera numero uno. Böcklin esaudisce il desiderio.
Ora, su una barca a remi, dove il vogatore è una nuova versione di Caronte, appare una figura bianca, un fantasma dalle forme longilinee, femminili, che guarda a prua, verso la minuscola rada stretta intorno alle rocce di un’isola misteriosa.
Ai suoi piedi, una bara.
È l’omaggio simbolico che la vedova Berna ha voluto per il marito Georg von Berna, morto di difterite 15 anni prima.
Questi dettagli, inseriti come novità suggerite dalla fantasia luttuosa di una committente, diventano essenziali. Böcklin li aggiungerà anche nella prima versione.

"Mercoledì scorso ho terminato L'isola tombale. Lei vi si immergerà sognando, in questo oscuro mondo di ombre, fino a credere di aver sentito il soffio lieve che increspa la superficie del mare, fino a voler distruggere il solenne silenzio con una parola detta ad alta voce".
Arnold Böcklin in una lettera alla committente Marie Berna.

L’ha chiamato L’Isola delle tombe - Die Gräberinsel, nome molto tetro, ma viene ribattezzato, dal mercante d’arte Fritz Gurlitt, che acquista la terza versione (occhio in particolare a questa!), in L’isola dei morti - Die Toteninsel, ancora più tetro, e titolo definitivo di qua all’eternità, come la morte.
Abbiamo detto che il pittore dipinge cinque versioni.
La prima versione è in Svizzera, custodita dal Museo d’arte di Basilea.
La seconda versione, quella voluta dalla vedova Berna, è stata venduta dagli eredi della contessa alla galleria Fisher di Lucerna, che l’ha rivenduta al Metropolitan Museum of Art di New York, dov’è attualmente esposta.
La quarta versione, finisce nella collezione del barone Heinrich Thyssen-Bornemisza e appesa ad una parete della berlinese Berliner Bank. Le bombe incendiare del 1944 degli alleati la riducono in cenere, insieme a tante altre cose. Ne rimane una cartolina in bianco e nero.
La quinta versione, l’ultima, si trova al Museum der bildenden Künste, di Lipsia.

Dall’elenco sopra, ne manca una: la terza. Non è stata inserita apposta insieme alle veloce rassegna delle altre tele sorelle perché è quella su cui verte la nostra attenzione.
La terza versione de L’isola dei morti, è quella della fotografia alla Cancelleria del Reich.
Dipinta nel 1883 per il mercante Gurlitt, l’acquista l’anno successivo Frau Tina Schoen-Renz di Worms. Nel 1936 finisce all’asta, nella capitale in grande trasformazione nazionalsocialista.
Immaginiamo insieme il banditore d’asta che raccoglie le offerte, la quotazione del pezzo sale, è una pila sempre più vertiginosa di Reichsmark. Su un cavalletto, l’oggetto del desiderio di molti, con il suo mistero, la sua atmosfera funerea, la sua carica ipnotica.
Dal fondo, si alza una mano di un uomo che è appena entrato nella sala.
Il mercato, molto vivace fino a pochi istanti prima, si blocca.
Il banditore, fulminato, rimane a bocca aperta, ma che sorpresa!
Gli altri astanti, seduti, voltano le teste all’unisono.
È apparso il Führer, in abiti civili, guanti di pelle stretti nella mano sinistra e l’altra mano solleva uniti l’indice e il medio per fare la sua offerta: l’ultima della giornata, essa non si può rifiutare.
Il martello batte.
Aggiudicato al Nostro Führer!
Hitler sorride, ama l’arte, anche se non tutta.
È un Führer euforico, un collezionista felice. Quel giorno ha conquistato il suo quadro preferito.

Eccolo. Rappresenta la visione di un piccolo isolotto, uno scoglio. Un’isola dalle dimensioni ridottissime, è vero, ma allo stesso tempo imponente allo sguardo, con le sue alte rocce a strapiombo, custodi di un segreto solenne.
Usate la lente d’ingrandimento sulla parete destra.
Due lettere, AB, la firma.
Una barca a remi procede verso l’insenatura, su un mare piatto e pulmbeo. Il traghettatore trasporta una sagoma ricoperta per intero da un velo bianco, un burqa spettrale, e una bara con drappo e ornamenti. M’inquieto.

Silenzio, c’è il silenzio.

La figura bianca può essere l’anima del corpo che riposa nella bara, e quello essere il suo viaggio verso l’eternità, verso i sepolcri dell’Isola dei morti, sconosciuti ai vivi, e da noi quindi osservati solo in lontananza. Ma non intravediamo molto, il centro è velato dall’ombra buia.
Scorgiamo solo una serie di aperture interne, tombe scavate nell’interno sinistro della rupe, e poi una sulla destra, forse un ingresso principale per il mondo delle anime. L’ingresso verso l’aldilà ...

È il mistero di Böcklin.
La luce è crepuscolare, bagliori di cielo di un’alba o di un tramonto; non ha importanza sapere se è mattina o sera, conta solo il crepuscolo.
È una dimensione priva di tempo.
Gli orologi si sciolgono fluidi, sono molli, la persistenza della memoria, nonché l’enigma dell’ora. Sempre, mai.
È una dimensione priva di luogo. La torre rossa, la meditazione autunnale e l’apparizione della città di Delf. Ovunque, da nessuna parte.
Metafisica: perché l’essere? O meglio: perché l’essere piuttosto che il nulla?
Pittura metafisica: cos’è il sogno? O meglio: come si può dipingere il sogno? Salvador Dalì e specialmente Giorgio De Chirico, sono estimatori dell’opera e da essa influenzati.

E quei cipressi, assottigliate sentinelle che con la loro ombra fanno la guardia al riposo eterno e al segreto, aprono il dibattito su quale luogo del mondo reale sia d’ispirazione al pittore.
I critici dicono che Böcklin abbia ricevuto il suggerimento dalla natura ionica di Pontikonissi, isolotto greco al largo di Corfù, oppure dal castello aragonese di Ischia, o dalle forme dell’Isola di Ponza, o ancora dai panorami capresi.
Ma certo è che il pittore ha il suo studio fiorentino a a due passi dal Cimitero degli Inglesi a Firenze. È qui che ha seppellito una sua figlia, morta giovanissima.
La suggestione del cimitero - in posizione rialzata al centro di piazzale Donatello, come fosse un’Isola - unita al triste ricordo della perdita di una sua bambina, ha il suo potere evocativo, che l’artista traduce con i pennelli in un funerale immaginario, pagano, mitico ed ideale.

Usciamo dalla tela, torniamo nella Storia del XX secolo. Siamo nel giorno 9 maggio 1938. Hitler, con una corte di 500 tra dignitari, diplomatici e divise varie, visita Firenze e ne è entusiasta.
In compagnia dell’eccellente turista, il Duce, prossimo alleato d’acciaio.
Il fiume umano di gerarchi e vip appiedati, condotto dai due capi dei nuovi imperi, cammina per piazzale Michelangelo, da cui si vede la città del nostro Rinascimento, bellissima.
Gli occhi dell’ospite si soffermano sulle fisionomie dei cipressi. È rapito. Ha la rivelazione.
Esclama di botto, su di giri: “Adesso capisco Böcklin!”.

Anche noi possiamo azzardare a capire. Possiamo comprendere il fascino che prova il fondatore del nazismo, e sotto di lui, altri nazisti. In L’Isola dei morti, elementi classici incontrano atmosfere romantiche, il mito greco si mescola con la mitologia nordica, i cipressi del Rinascimento fiorentino s’inseriscono in un sogno pagano.
La morte, tema centrale già dal titolo dell’opera, richiama meditazioni in labirinti esoterici ed esplorazioni nell’occulto.
Anche Hitler, come tanti, rimane ipnotizzato.Brama il quadro, lo compra, ora lo possiede. Lo ammira su una parete del Berghof, il suo rifugio sulle Alpi Salisburghesi.
Dopo lo scoppio della guerra, lo appende nel suo studio alla Cancelleria. E noi rientriamo in quella stanza, tramite la fotografia del dittatore in compagnia di Molotov, Ribbentrop e Böcklin.

Schiocco di dita.

I personaggi storici da immobili figure immortalate il 12 novembre 1940, acquisiscono il movimento, gesticolano, parlano. Il bianco e nero si fa colore. Siamo con loro.
Ribbentrop espone alla controparte sovietica le sicurezze della prossima vittoria dell’Asse. Non c’è motivo di dubitarne, l’Europa continentale è conquistata. Molotov esprime preoccupazioni, vuole garanzie sulla Romania, sulla Finlandia.
Hitler interviene poco, si mostra sostenuto: ma cosa diavolo sta architettando?
La barca a remi scivola verso L’Isola dei morti.

Balzo  temporale. Voliamo sopra anni di guerra mondiale, sopra i campi di battaglia, sopra cimiteri di carri armati e milioni di cadaveri. Il 22 giugno 1941 Hitler attacca i sovietici.
È l’Operazione Barbarossa, in onore dell’imperatore Federico, suprema ambizione militare e politica, per la resa dei conti definitiva, il trionfo del Nuovo Ordine terrestre e l’annientamento del nemico numero uno. È la crociata corazzata contro il bolscevismo.
Le maree umane, una dall’ovest e l’altra da est, si sono scontrate in scenari epici. La marea russa ha sommerso la marea tedesca. L’immane lotta orientale tra i due titani, il titano nazista contro il titano comunista, è al suo tragico epilogo.

Voliamo sopra la distruzione. Anni più tardi. È fine aprile 1945. Tutto è perduto. La Germania brucia, Berlino arde.
Non c’è un fronte ma due.
In teoria, un fante tedesco potrebbe andare a sparare una fucilata agli americani alla mattina e poi al pomeriggio, facendo retro-marsch verso est, lanciare una granata ai russi.
Due giganti, futuri padroni di tutte le cose terrene, si chinano sulla carcassa nazista. Il Reich millenario è durato molto meno del sogno nero, adesso non esiste più.
Abbiamo detto che Berlino arde, e trema anche. Gli obici russi scassano le strade, i bombardieri incendiano le piazze, crollano i palazzi. È terromoto artificiale, il maresciallo Zukov, l’eroe di Stalingrado, sta entrando in città. Questi tedeschi però, non si vogliono arrendere, dannati loro. Molti di loro preferiscono sprofondare assieme all’ideale in cui così ciecamente hanno creduto, fino alla fine, fino all’ultimo sangue. È il Götterdämmerung, il Crepuscolo degli Dei, il funerale violento del nazionalsocialismo, pira della grande Germania.

Dall’alto, noi, trasformati in aquile tra i traccianti della contraerea, vediamo la capitale diventata macerie. Siamo sopra la Cancelleria, picchiata senza sosta dai cannoni del nemico.
Scendiamo giù, oltreppassando le nubi nere degli incendi, ci infiliamo nelle sale della Cancelleria che cade a pezzi dove chi non si è ancora arreso si muove febbrile a bruciare mucchi di documenti, a murare le finestre, a improvvisare nidi di mitragliatrice dietro sacchi di sabbia e calcinacci.
Stanno arrivando.
E noi in un volo vorticoso scendiamo ancora più giù, verso il sottosuolo, verso il bunker. verso gli inferi. Il bunker della Cancelleria è costruito su due livelli.
Primo livello sotto la terra, piano inferiore -1: Vorbunker.
Secondo livello sotto la terra, piano inferiore -2: Führerbunker.

Il Führerbunker sta più giù rispetto al Vorbunker. I potenti stanno più in profondità, i meno potenti più sopra. Il potere questa volta non è identificato con l’altezza, coi piani alti, ma al contrario, con la profondità verso il basso.
Più sei potente e più ti avvicini agli inferi. Il cielo è capovolto, il Diavolo non tocca il sole ma l’abisso.
Là sotto è un ambiente di follia e paranoia. Dalla stanza delle riunioni, versione ultima e patetica di una sala del trono senza luce naturale, si odono grida isteriche che fanno sudare generali e dirigenti.
In un piccolo studio di nuovo lui, il quadro di sogno e mistero, Böcklin e L’Isola dei morti. Quell’isola, con le sue rocce ripide a strapiombo, sembra una fortezza, come è una fortezza il Führerbunker, siamo dentro all’Isola, non di roccia e cipressi, ma di cemento armato e generatori diesel.
L’Isola dei morti è il Führerbunker.

La notte tra il 29 e il 30 di aprile si celebra un matrimonio. Lo sposo, Adolf Hitler, prende in moglie la sua compagna Eva Braun, vestita per l’occasione in un lungo e prezioso abito di taffetà di seta. Il vestito è di colore nero. Le nozze avvengono in un clima da catacomba.
Fuori, l’ultimo round della guerra. Il destino del conflitto è certo, ma il cieco fanatismo del “fino alla morte”, rende i combattimenti metropolitani ancora ferocissimi.
Le squadre d’assalto sovietiche si aprono la strada casa per casa, con i mitra, le bombe a mano, i lanciafiamme. Ogni scantinato, finestra, tetto, buco può nascondere una minaccia.
Ragazzini della Hitlerjugend e vecchi della Volkssturm, unità waffen – SS e gli avanzi della Wehrmacht, della Kriegsmarine e della Luftwaffe sparano ancora.

Su un muro, una scritta: Berlino resta tedesca!
Sotto, un’altra scritta sarcastica, questa volta in cirillico: Ma io sono già qui a Berlino, firmato Sidorov.

L’ora X dell’assalto finale al Reichstag scatta la mattina del 30 aprile. Gli alti comandi russi esigono che la bandiera rossa sventoli sull’edificio entro il primo maggio, data più che simbolica.
Il compito è assegnato ai battaglioni d’assalto della 150° divisione fucilieri, gente durissima. Manca pochissimo, alla vittoria totale; Stalin ha quasi portato a termine la sua guerra sacra.
Le armi vengono caricate ancora una volta, l’ultima al fronte orientale.

 

Вставай, страна огромная,
Вставай на смертный бой
С фашистской силой тёмною,
С проклятою ордой.

Alzati, enorme paese,
Sorgi per una lotta all'ultimo sangue
Contro le forze fasciste oscure,
Contro le orde maledette.

La base per il balzo verso la gloria è l’interno del Ministero degli Interni, “casa Himmler”. I piani inferiori del Ministero sono stati conquistati la notte precedente, in quelli superiori si spara ancora tra i corridoi e le scrivanie.
Ore 6 della mattina, cielo nero-grigio su Berlino, parte l’assalto finale al Reichstag.
Si lancia la prima compagnia.

“На за Сталина идыом перйoт!"
In nome di Stalin andiamo avanti! Hurrà! Hurrà! Hurrà!”

Uragano di fuoco, dal Reichstag, dal Teatro dell’Opera Kroll, dai crateri delle cannonate sulla piazze diventati trincee.
Non si arrendono.
I primi assaltatori sono decimati.
Non hanno percorso neppure cinquanta metri.
Forza, altri reparti nel carnaio! Rimangono inchiodati dietro i rottami fumanti dei carri e nelle buche.
Forza altri battaglioni nella carneficina! Intervengono nuove schiere di carri, la difesa per quanto ormai inutile - e forse proprio per questo - è estrema.
Il fumo e la polvere alzati dalle esplosioni sono così fitti che i soldati non vedono più il cielo. È la belva ferita che sta morendo, messa all’angolo, e che usa il lumicino delle proprie forze per un colpo d’artiglio prima di soccombere.

D’innanzi al simbolo del potere nazista, tra lampi, raffiche rabbiose, scie mortali, attaccanti e attaccati hanno davanti agli occhi un armageddon di incendi, di carcasse di mezzi corazzati, di reticolati, di tram capovolti.
In mezzo alla piazza compare persino un fossato, è un canale creato dal lavoro dell’artiglieria pesante, e dove scorre nera l’acqua della Sprea lungo rottami, binari contorti e corpi.
Un’altro quadro interviene nella mente, s’affianca a quello appeso metri sotto terra nel Führerbunker, Hieronymus Bosch – Trittico del giudizio di Vienna, pannello centrale.
Il caos, l’inferno in terra.

Passiamo dall’altra parte della barricata, dagli ultimi difensori del III Reich, tentiamo di comprendere la fedeltà assoluta ai loro ideali. Non ci sono solo tedeschi di varie età, nelle più svariate divise dell’esercito, della marina, dell’aeronautica, del partito, ma anche waffen - SS straniere che hanno creduto in un ideale neo-ghibellino.
Estoni, lettoni, spagnoli provenienti dai resti della divisione azzurra, e i tanti scandinavi della SS-Panzergrenadier-Division 11: danesi, norvegesi, svedesi, finlandesi, olandesi.
Vichinghi del mondo moderno sotto le insegne uncinate, qua a Berlino abili cacciatori di carri armati e determinati a morire.
In questo contesto di fuoco, di rovine infinite, di razzi degli Urali che illuminano le notti e strillano in cielo, ecco balenare la determinazione assoluta di giuramenti irrazionali e scelte definitive, il fanatismo lealista che si mostra rabbioso in molti tedeschi.

Tra gli ultimissimi difensori del nazismo tra fine aprile e inizio maggio 1945, c’è anche un manipolo di volontari della 33° Divisione Granatieri Waffen SS Charlemagne, ridimensionata ormai al rango di Sturmbatallion.
Non hanno più nulla da perdere, nemmeno la vita.
L’ultimo bivio è o morire combattendo o venir fucilati sul posto come traditori della nuova Francia libera.
Cerchiamo di capire il perché delle cose avvenute, osservando a distanza di anni la disperazione degli sconfitti prossimi all’inferno. Dannati in terra  e dannati nella Storia, ad imperitura memoria. È l’avventura nera dei leoni morti. Il loro canto riflette questa dannazione, è un inno di guerra beffardo, luciferino, orgoglioso di far parte di forze oscure, prossime alla sconfitta, i cattivi, il male.

 

Là où nous passons que tout tremble,
Et le diable y rit avec nous!
Ha, ha, ha, ha, ha, ha, ha!
Nous luttons pour l'Europe et la liberté,
Notre honneur s'appelle fidélité.

Là dove passiamo tutto trema,
E il diavolo ride con noi!
Ha, ha, ha, ha, ha, ha, ha!
Noi lottiamo per l’Europa e la libertà.
Il nostro onore si chiama fedeltà.

Nel Reichstag, si consuma l’ultima battaglia europea della seconda guerra mondiale. Dentro, dalle balaustre delle scalinate, cecchini e mitraglieri tentano di respingere le ondate di Zukov.
Non possono essere arrestati, ne cadono dieci all’ingresso e subito i loro corpi vengono scavalcati da altri cento, e poi altri mille. Alla pioggia di bombe a mano gettate dai piani alti e alle raffiche dalle feritoie nei muri rispondono con una tempesta di proiettili, sparati sempre più vicini, fino al bruciapelo e infine i pugnali, le vanghe sulle teste, le mani sui colli.

Sottoterra, alle ore 15.30 del 30 aprile 1945 uno sparo risuona nella grande Storia. Adolf Hitler, il Führer della Germania, si è tolto la vita assieme a sua moglie, nello studio dove è appeso il quadro di Arnold Böcklin.
La barca a remi entra dentro l’Isola dei morti.
Il 2 maggio i sovietici occupano la Cancelleria, scendono nel suo ventre. Un generale russo nel bunker deserto, guarda un quadro alla parete.
È cupo, misterioso e bellissimo.
Lo stacca dalla parete: quello sarà bottino di guerra.
Rimane a Mosca per tanti anni, fino al 1979, quando viene riacquistato.
Ora lo si può ammirare alla Alte Nationalgalerie di Berlino, è tornato a casa.

Un caro amico, Salvatore Martorana, anche lui folgorato dall’enigma di Böcklin, ha scritto, in una sua potente narrazione:

"Giunti, finalmente, al cospetto dell’Isola dei morti, dopo aver solcato le gelide acque della disperazione, mentre sul cielo si attorcigliano le nubi del caos, quel che noi ci ostiniamo a definire destino, porgo a te la mia preghiera di resa, non di pace.
E silenti e rispettosi, metteremo piede sull’isola, tra i cipressi e le rocce, ognuno col proprio dolore, ognuno col proprio amore.
Ti saluterò come si saluta un vecchio nemico onorato e mi indirizzerò verso il sepolcro a me riservato, culla dell’eterno sonno, ninna nanna del cigno, e mi lascerò avvolgere dall’abbraccio salvifico del nulla, portando con me, negli abissi, il Bene che ho creato, perché solo il Male verrà maledetto al risuonare infausto del mio nome".

Parole bellissime ed enigmatiche, una dedica perfetta al mistero di Böcklin.
Nell’Isola dei morti, navighiamo assorti su acque oniriche, ipnotizzati verso il mistero della morte.
È il mistico viaggio finale.
Sogno, silenzio, morte, eternità, mistero.
I cannoni hanno smesso di tuonare, ora c’è il silenzio. E non ancora è tutto, amici miei. Luca Romano ci ricorda che:

“Molto prima che la follia hitleriana coinvolgesse l'incolpevole opera di Arnold Bocklin, questa aveva già ispirato fantasie oscure di ben altro genere.
Parigi, 1907: in una mostra d'arte un signore si blocca immobile di fronte ad un quadro. Non è l'Isola dei Morti nel suo originale e cupo splendore, ma una riproduzione in bianco e nero... eppure il suo potere evocativo è talmente forte che il signore non può rimanere impassibile di fronte al dipinto.
Il signore corre a casa, e inizia a scrivere su carta pentagrammata.
Febbrile d'ispirazione, il grattare della penna sulla carta per diverse ore è l'unico suono che si sente fuori dalla testa di quel trentaquattrenne. Ma dentro il suo cranio, i remi della barca di Caronte sono violini e violoncelli, lo sbarco delle anime sull'isola sono fiati e macabri rintocchi di timpano.

Sergei Rachmaninoff dopo lo slancio iniziale impiega diversi mesi a proseguire la composizione, che viene terminata solo l'anno dopo, a Dresda.
La musica rende pienamente giustizia al capolavoro pittorico: nessuna infernale ferocia, nessun idilliaco campo elisio viene infatti evocato dalle note.
Solo l'assenza di ogni speranza e un'oscura apatia nella quale perdersi rassegnati”.

Esecuzione della reale orchestra filarmonica di Stoccolma
Direttore Sir Andrew Davis.

Federico Mosso
(per la parte musicale ha collaborato Luca Romano) 

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