ARTISTICA NOIR - Il'ja Repin e la vita di Ivan il Terribile: il terrore, l'orrore, il demonio

ARTISTICA NOIR -  Il'ja Repin e la vita di Ivan il Terribile: il terrore, l'orrore, il demonio

CAPITOLO I: DENTRO UN QUADRO 

Un uomo urla a squarciagola nel palazzo del Cremlino.
La sua disperazione riecheggia nei corridoi bui, nelle scale, nelle sale gelide.
Il boiardo e primo consigliere Boris Fëdorovič Godunov è il primo ad entrare nella stanza, seguito un istante dopo da Bogdan Belskij, la guardia del corpo.

“боже мой! Mio Signore, ma cosa avete fatto?”

Benché abituati ad anni di follia e sangue, i due rimangono pietrificati, non osano avvicinarsi.
Guardano il loro Zar, ridotto in quello stato mentre abbraccia suo figlio esanime con la tempia che gronda. Il sovrano mugola una strana litania, una cantilena di dolore, seduto sul tappeto rosso insieme allo Zarevič Ivan Ivanovič, che non parla più, non sbatte più le palpebre, è afflosciato su se stesso, la vita lo sta abbandonando.
Il padre tenta penoso di sollevare il figlio, di fermargli l’emorragia con la mano tremante venata di blu, di metterselo sulle ginocchia per dondolarlo, per coccolarlo affettuoso e cantargli la ninna nanna come se fosse un bambino tra le braccia affettuose di un papà a cui voler bene.
Ivan IV, signore di tutte le Russie, bacia la fronte del giovane erede, ripetutamente, sporcandosi le labbra.
Vorrebbe tornare indietro, ma non può.
Il danno è irreversibile.

Il quadro che cattura la scena è del pittore Il'ja Efimovič Repin, s’intitola “Ivan il Terribile e suo figlio Ivan al Venerdì, 16 novembre, 1581” ed è stato dipinto tre secoli dopo.
Noi possiamo scegliere; possiamo essere il boiardo Godunov o il pretoriano Bogdan, ambedue accorsi alle grida dell’imperatore, ma lo spettacolo d’orrore sarebbe comunque lo stesso, la prospettiva dei loro occhi atterriti, dei nostri occhi impauriti, è identica.

Negli appartementi privati di Ivan Groznyj, Ivan il Terribile, si è consumato da pochi istanti un feroce litigio tra padre e figlio.
Lo Zarevič ventisettenne con la sopraveste rosa sui pantaloni blu cielo, così simile al padre per indole crudele e guerriera – tale padre tale figlio – agonizza accasciato sul suo assassino, il suo genitore, sangue del suo sangue, la sua guida, il suo maestro; un giorno anche lui sarebbe diventato Zar, Cesare, Autocrate di Moscovia, Novgorod, Kazan e Astrakhan, signore dei territori ostiachi di Jugra e tatari dei fiumi Tobol e Irtyš.
Ma la pazzia violenta ha deviato il corso della storia di Russia. È da anni che un vento malefico di squilibrio e paranoia soffia tra i palazzi e i castelli dell’impero appena nato.

Definire quello che è appena successo come una banale lite in famiglia non è assolutamente sufficiente. I due si sono scannati a parole, per tante lunghe ore in cui la rabbia si è montata fino ad esplodere, si sono vomitati addosso mesi di rancore cagnesco, sbraitandosi l’un sull’altro, insulti irripetibili sono volati, gli indici puntati a vicenda al pari di archibugi carichi, mani irascibili hanno scaraventato in terra oggetti, ribaltato sedie.
Fino al raptus finale, l’eruzione del furore incontrollabile, lo zenit dell’odio irrazionale.

Ivan IV si è sempre portato appresso uno scettro particolare. Il suo scettro assomiglia ad una lunga e pesante spranga rivestita d’oro. L’estremità superiore è più pesante, potrebbe funzionare bene come sfondacrani in battaglia: mazza da guerra, non orpello da cerimonia. L’estremità inferiore è una punta aguzza che se usata con una buona dose di cattiveria spacca costole e apre ferite che non si rimarginano più, uno strumento da assassino, non monile simbolico.
Lo scettro è l’arma del delitto.
Giace abbandonato ai piedi della vittima.
Lo Zar ha massacrato a sprangate suo figlio.

E adesso che il raptus si è spento, e l’acme della mente malata si è ritirato per far spazio alla coscienza ora desta, Ivan si rende conto di cosa ha fatto.
Gli occhi.
Noi gli guardiamo gli occhi, a lungo. Spalancati sulla realtà, sulle conseguenze della sua azione.
Un padre ha appena spaccato la testa al figlio.
Ora lo Zar sa cosa ha fatto. Lo sa. La fronte si corrugia con le rughe quasi a schiacciarsi fra loro, una vena solitaria sulla tempia destra si gonfia e pulsa; pare un fulmine della ragione difettosa in corto circuito, il serpente viola della follia che striscia sulla testa dell’imperatore malvagio sofferente di pensieri sbagliati.
Lo Zar ha gli occhi fuori dalle orbite.
Osserva un angolo vuoto della stanza. Osserva il nulla. Osserva il terrore da lui stesso provocato.
Lo Zar trema. Lo Zar ha paura di quel che ha fatto. Lo Zar ha paura dello Zar.

Torniamo sui nostri passi, i fedelissimi Boris e Bogdan camminano all’indietro, lasciano il loro padrone ad affogare nella propria disperazione, si chiudono con rumore secco le porte degli appartamenti imperiali.
Copriamo con un telo il quadro di Repin.

 

CAPITOLO II: L’ORFANO DEL CREMLINO

Dissolvenza.
Per un attimo è buio, la Storia diventa schermo nero.
Assolvenza.
Lo sfondo nero dell’immaginazione si illumina, nascono nuovi contorni, nuove immagini.

Siamo nel 1538, molti anni prima. Ai piedi di un letto, ricoperto di pellicce di ermellino, un bambino di otto anni con il caschetto bruno piange, con gli occhi sgranati, ha la stessa espressione del vecchio Zar sconvolto della scena precedente.
Lo riconosciamo, è Ivan, fanciullo.
È lui, non ci sono dubbi, il dolore è uguale, questo bambino è il vecchio che ha ammazzato il figlio.
Sul letto, c’è il corpo della reggente e principessa Elena Vasil'evna Glinskaja, madre del futuro Zar. Il bimbo si aggrappa con le manine alle gambe della mamma con gli occhi chiusi, la donna è pallida come l’avorio, la pelle fredda come la neve, le labbra d’un viola intenso.

Avvelanamento, l’hanno tolta di mezzo i Sujskij, potentissima e ambiziosa famiglia di boiardi affamata di potere. Un pope nero, con un pesante crocifisso d’oro intarsiato di pietre preziose al collo, recita formule in lunghe preghiere monotone.
Una piccola folla di nobili guarda il cadavere della reggente, loro nemica. Nessuno piange, qualcuno osa un sorriso, confabulano già, ordiscono. Fumi d’incenso impregnano la stanza ingombra di tappeti dell’Asia Centrale e i candelabri a diciotto bracci colano cera gialla.
Fuori, rintocchi di campana a Mosca, e ululati al tramonto.
Il bimbo in lacrime e orfano ci commuove, ma sappiamo in cuor nostro, che chi adesso ci impietosisce, tra poco tempo ci incuterà terrore puro.
Lacrima il piccolo Ivan, vuole salire sul letto della sua mamma, ma alle sue spalle altre mani lo afferrano per le ascelle, lo portano via.

“Мать! Mamma!”

Il ragazzino non ha né amici né protettori. È un un sovrano fantoccio alto un soldo di cacio, non può nulla contro l’arroganza dei boiardi, l'alta nobiltà feudale russa, che lo usano per controllare de facto la Russia.
Lo calpestano, lo rinchiudono in poche stanze del palazzo, abbandonandolo. Il piccolo Gran Duca e suo fratello, Yuri l’idiota, vivono da pezzenti, mal vestiti, mal nutriti, vengono su selvaggi.
Cresce la sua altezza; il male, anche.
Sale l’odio, il veleno del rancore si diffonde dentro il suo corpo e conquista l’anima. Rancore, perfido rancore. La corte dei nobili non lo considera, si dimentica di lui. Sono troppo impegnati a rubare dal tesoro granducale, a corrompere e corrompersi, a massacrarsi tra di loro. Le fazioni dei Sujskij e dei Belskij si fanno la guerra nelle strade, nelle province, nelle congiure, con attentati. Quando una delle due famiglie ha il sopravvento sull’altra, si scatenato regolamenti di conti tremendi, veri stermini.

Ivan è adolescente, vaga al buio in corridoi senza fine, assomiglia ad un cucciolo di lupo. La psiche muta in psicopatia. Diviene aggressivo, violento, egogentrico, sadico.
Gode della sofferenza altrui.
Tortura gli animali, acceca i gatti, getta dalle torri del Cremlino cuccioli di cane e poi scende nei cortili a osservare rapito l’agonia delle povere bestie.
Si nutre del dolore degli altri, gli piace da impazzire il sangue. Assiste alle esecuzioni dei boiardi in faida, spesso compiute con modalità ripugnanti – spellati, bruciati, mutilati, strangolati, sbudellati. E impara.

Il ragazzo scopre di avere un alleato importante e fondamentale per la sua rivincita sul mondo. Macario, il Metropolita di Mosca, venerato come santo dalla Chiesa ortodossa, gli si mostra amico, lo consiglia, lo sprona a riprendersi quello che è suo per diritto divino.
L’alto prelato punta tutto sul giovane diavolo, tiranno di razza.
Nei giochi di potere la cattiveria è inutile se priva di intelligenza. La malvagità non serve a nulla se non la si sa usare per i propri scopi politici. Occorre incanalare l’odio in un progetto concreto: riprendere la Russia.

Ivan possiede una bella testa, non si può negare. La Storia infatti ci mostra in innumerevoli esempi, anche recenti, che il potere può essere conquistato da maniaci sanguinari, perfidi senza dubbio, ma di certo non sciocchi. Il governo, anche se esso si mostra orribile, non è cosa da stupidi.
Ed Ivan stupido non lo è. Ecco, quella micidiale macchina di morte, la crudeltà unita all’intelligenza, il coraggio assieme alla cultura, l’odio con la strategia. Inarrestabile, un rullo compressore.
Legge tantissimo, studia con passione, si fa grande, si fa forte. Ma con i boiardi del Cremlino finge, recita la parte del ragazzino timorato, taciturno, debole, timido, poco furbo.
I nobili si compiacciono, quello strambo ragazzetto non è un problema; su, da bravo, cucciolo, fa quel che ti viene ordinato e lascia agli altri l’onere del governo.
Ci cascano.
Comincino a tremare i nemici, la loro ora sta per scoccare. 

La steppa e gli infiniti spazi gelidi d’inverni, incandescenti d’estate, gli è maestra. Cavalca e va a caccia di orsi con un drappello di fedeli bracconieri, suoi nuovi sgherri, futuri killer al suo servizio.
Nella foresta innevata, gli uomini circondano l’orso che si difende disperato, lo infilzano con le lance, Ivan scende da cavallo e con la spada gli dà il colpo di grazia. L’orso grugnisce, il suo verso bestiale si ode in tutto il bosco. Lo Zarevič, con la giovane barba nera appena accennata sulle guance bianche, esplode in una grande risata.
È arrivata l’ora della vendetta.

 

CAPITOLO III: LA CONQUISTA DEL TRONO DI RUSSIA

Inverno del 1543, il principino ha 13 anni.
Organizza un banchetto, invita i boiardi della famiglia Sujskij, suoi odiati tutori. L’ospite d’onore è il capofamiglia principe Andrey Sujskij.
Che meraviglia in tavola, il lusso è estremo. Quattro servi, anzi quattro portatori dalle braccia forti, poggiano al centro un enorme vassoio con sopra un intero cervo arrostito con le corna ornate di nastri e attorno alla pietanza pantagruelica tante salse di bacche del nord, ogni salsa è di un colore diverso, tutti i colori dell’arcobaleno da mangiare.
Che bellezza, che profumi, che esagerazione.
Su piatti d’oro è sistemato il caviale dell’Astrakhan, il cui nero è in contrasto con il giallo dei limoni. Il salmone marinato nel latte è di un rosa che ricorda i capezzoli di un’adolescente, come dicono i boiardi ubriachi di vino dolce che tracannano a litri dalle coppe d’argento.
La festa è all’apice.
Il ragazzino che nessuno teme picchia il pugno sulla tavola imbandita.
Le risate e le chiacchiere allegre si interrompono.
Ivan è in piedi, solenne, nonostante l’età.
Gli ospiti lo guardano stupiti.

Tutti! Tutti voi vi siete approfittati di me!
La mia giovane età vi ha permesso di prendervi gioco di me e della mia famiglia!
Vi ritengo essere tutti colpevoli di questo crimine, ma il più colpevole di tutti sei tu, principe Andrey Sujskij!

Ivan punta il dito all’altra estremità della tavola, dove è seduto il più pericoloso dei suoi carcerieri. Al principe Sujskij s'avvampa il grugno rotondo, tossisce, sputa nel piatto un boccone di caviale.
Una guardia usa il braccio per afferarlo per il collo e disarcionarlo dalla sedia.
Altri pretoriani spuntano da dietro le tende, hanno spade, asce, mazze in pugno.
Nessuno si ribella.
Il principe Sujskij viene trascinato a calci giù nei sotterranei del Cremlino, dove ci sono le prigioni e le sale di tortura. Ivan conduce un corteo di guardie del corpo e di boiardi invitati a seguirlo mentre il principe Sujskij rotola per le scale fino alla sua cella.
Dentro la cella una mezza dozzina di mastini feroci abbaiano impazziti dalla fame, sono stati tenuti a stecchetto da due giorni, si stavano azzanando tra loro.
La pappa è arrivata, il principe Sujskij è la pappa.

Tutti i boiardi devono guardare quello scempio. Il loro capo è sbranato. Capiscono che la pacchia è finita. Quel ragazzino fa paura, il potere è di nuovo nelle mani della dinastia di Basilio.
Il suo mettere in chiaro le cose non si arresta, siamo appena agli inizi della sua rivincita contro il mondo.
Due bracconieri di indiscutibile fede sono i suoi bravi strangolatori, tolgono di mezzo nemici vecchi e nuovi. Come quella volta che prende di mira un nobile della corte a cui porge una grande coppa colma di vino fino all’orlo.

“Bevilo tutto d’un fiato, bastardo, ублюдок!

Il boiardo non riesce nell’impresa e quasi si affoga da solo.

“Pietà! Жалости!”

No, nessuna pietà c’è in Ivan figlio di Basilio III.
Un robusto laccio di cuoio stringe il collo della vittima dal volto cianotico e con la lingua penzoloni. Il ragazzo guarda la scena impassibile, con aria noncurante, sorseggiando dal suo calice d’oreficeria bizantina.

Con l’omicidio e il terrore si conquista il suo posto. Macbeth moscovita, Riccardo III tra i bastioni del Cremlino, Shakespeare beve vodka.
Poi coltiva i suoi truci passatempi.
Di notte, in compagnia di un drappello di compari figli dell’aristocrazia, perversi e spiritati dall’alcool, esce nelle strade della capitale. E urlano, eccitati, pericolosi come un branco di lupi affamati a caccia di esseri umani.
Bastonano chi ha la sventura di imbattersi nella banda di teppisti cinquecenteschi. Stuprano donne e ragazze: loro possono, sono intoccabili, Clockwork Orange d’antiquariato.

A sedici anni sale al rango di Zar di tutte le Russie. È il primo ad usare questo titolo imperiale. La cerimonia di incoronazione, voluta e pretesa da lui stesso, è di gran fasto, colma di simboli, dalla scenografia ben studiata.
Il nuovo potere parla ai sudditi e dichiara il suo assolutismo su tutte le cose, su tutti gli uomini.
In testa porta la mitica corona di Monomaco: pelliccia di zibellino, oro, perle e gemme lucenti. Lo Zar, l’erede degli antichi cesari, fa abile propaganda attorno alla sua figura, afferma e impone la sua verità su quella particolare corona, dice che appartenne all’imperatore Costantino di Bisanzio e che ora ha trovato un degno capo su cui poggiare.
Costantinopoli, caduta nel 1453 per scimitarra ottomana, risorge a Mosca: è la continuità con la gloria bizantina, a sua volta figlia della stirpe di Roma, e del secolare dominio romano. Una Terza Roma ha la sua alba sul fiume Moscova; Roma potenza secolare ha passato il testimone di un sacro ordine a Bisanzio, che a sua volta ha tramandato la sua luce a Mosca, nelle mani di Ivan IV, il Terribile, successore per diritto divino dell’Impero romano d'Oriente, adesso non più tra il Mar Nero e Mediterraneo, ma bagnato del Mar Glaciale Artico.
Mosca è la Terza Roma, un sogno politico, un progetto di regno eterno. 
Il clero ortodosso s’inchina, lo asseconda. L’aristocrazia s’inchina, lo teme come il diavolo.

“Se Satana avesse voluto inventare un flagello contro il genere umano, non avrebbe potuto fare di meglio.”
[Un ambasciatore straniero].

Lo Zar vuole sposarsi subito e che nessuno osi scegliere per lui. Convoca a palazzo 1.500 fanciulle in età di matrimonio, figlie della nobiltà di tutte le province e città.
Minaccia di morte i padri restii.
Lo Zar cammina lento nelle sale del Cremlino tra schiere di ragazze coperte di sete e gioielli, una e una sola sarà Zarina.
È un fidanzamento affollato, un’esposizione di vergini.
Il sovrano si ferma, guarda un volto, lo accarezza, solleva il mento per veder meglio quello splendore, ha gli occhi verdi che brillano spaventati ma stupendi, ipnotici.
Colpo di fulmine all’ombra delle torri bianche della fortezza.
Ivan IV è un imperatore innamorato.
Anastasija Romanovna Zachar'ina-Jur'eva, antenata di una celebre famiglia che farà anch’essa la storia della Russia - i Romanov - diviene la sua consorte.
Il matrimonio è felice, i due appaiono legati da sentimenti e da sincera passione;  Anastasija, leale e devota, ha la capacità di mitigare il carattere sanguinario del marito; di moderarlo, in parte.

 

CAPITOLO IV: FOLLI IN CRISTO

Sventura!
Una campana di una chiesa moscovita si stacca e precipita sul selciato, spaccandosi.
È un fosco presagio.
Nello stesso momento, Basilio, un “folle in Cristo”, un asceta, un fachiro di tradizione cristiano-ortodossa, barbone visionario e chiaroveggente, venerato dal popolo della città, si dispera seminudo sotto i muri della Chiesa del Monastero dell'Esaltazione della Santa Croce, accarezzandoli tra i singhiozzi.
L’uomo prevede una sciagura, la folla è terrorizzata.
Nello stesso edificio, poco tempo dopo, scoppia un incendio che si propaga devastante per Mosca, arrostendo quartieri e persone, e provocando panico, saccheggi, sommosse.
Sono passati pochi mesi dall’incoronazione e già il giovane Zar si trova a fronteggiare una gravissima crisi.

Un monaco vestito con una tunica nera si presenta alle porte del palazzo. Il suo nome è Silvestro, conosciuto poi anche come frate Spiridon, protopope della cattedrale Blagoveščenskij.
Ammonisce il sovrano, dice che le sciagure sono legate alla sua condotta dissoluta e violenta. Le disgrazie sono un castigo di Dio.
Ivan ne rimane scosso, gli crede, s’inginocchia in preghiera davanti alle icone.
D’ora in avanti, il rapporto che avrà con la religione sarà schizofrenico, altalenante, ambiguo, superstizioso, malato. Il peccato (e che peccati) e il pentimento, l’omicidio indiscriminato e il rimorso, la bestiale brutalità nei confronti del prossimo e la coscienza che lo mortifica.

Pazzia: è la psiche disturbata di uno degli uomini più potenti della Terra, e che con quel potere può fare gran danno. Durante la sua inquieta esistenza alterna fasi di profondo misticismo in cui veste i panni dell’asceta fanatico e devotissimo, a esercizi di tirannia pura.
Indossa sobrie vesti da sacerdote, non da monarca, si sveglia alle tre del mattino per lunghe ore di preghiera, frequenta monasteri e chiese, si confida e si fa consigliare da profeti e indovini, picchia la testa sulle icone per un pentimento che sia anche fisico, fino ad ottenere un incavo sulla fronte, il segno della fede assoluta.
È fermamente convinto che la sua mano, anche quando impugna la spada, sia mossa dall’Altissimo. Lui è strumento di Dio. Nella sua testa, appaiono visioni; apparizioni sacre e incubi di morte.

Anche Basilio, il folle in Cristo di cui abbiamo scritto prima, finisce tra le grazie della famiglia imperiale. È sicuramente uno dei pochi esseri viventi, se non l’unico, che possa permettersi di criticare apertamente l’operato dello Zar, che lo venera.
Un clochard sofferente di epilessie mistiche e di sante stramberie è accolto con riguardo al Cremlino. Quando Basilio muore, le spoglie durante la processione funeraria sono rette dallo Zar in persona.

Ivan, in uno dei suoi slanci religiosi per commemorare San Basilio a cui era così legato ma anche per celebrare le fortunate campagne militari, decide di erigere una nuova chiesa: un edificio mai visto prima, senza eguali al mondo.
Viene eretta la famosa Catterdrale di San Basilio, tutt’ora il simbolo stesso della Russia, e che all’epoca è considerata come un bizzarro capolavoro di kitsch, di una forma che vuole ricordare le fiamme di un falò che sale verso il cielo, ambasciata in terra della Città Celeste.
Ah, non dimentichiamoci che all’architetto, osannato dal pericoloso committente per aver creato un edificio tanto bello, vengono cavati gli occhi per impedirgli di ricreare una cosa simile.

Trasmette al popolo un nuovo rigore morale, bigotto (da cui però i suoi banchetti e feste sono esentati). Guai e pene per i suonatori di strada, i danzatori, i saltimbanchi.
Non si ride, l’allegria è peccato. Ma tuttosommato questo periodo di regno è considerato felice. Numerosi artisti vengono chiamati, e nella corte non mancano personalità intelligenti e moderate con compiti amministrativi.
Vengono promulgate riforme istituzionali notevoli, la corruzione è combattuta con serietà, il potere del clero e dell’aristocrazia, spesso arrogante e ladresco, è ridimensionato a beneficio del popolo.

E il popolo, vessato dalle angherie di signori e signorotti, gli riconosce questi sforzi: esiste difatti molto folklore intorno alla figura del primo Zar, viene visto come un uomo saggio e forte, onesto, castigatore dei prepotenti, amico degli umili e nemico dei nobili.
L’epiteto "Groznjy", che noi abbiamo imparato a intendere come “il Terribile”, si potrebbe tradurre anche come “il Tonante”, e non avrebbe in questo senso accezione negativa, ma positiva, di un qualcuno che protegge i deboli contro i forti.
Ci sono varie leggende popolari, episodi che raccontano di un imperatore giusto ed eroico.
Nella leggenda si trovano barlumi di verità, sia nelle truculente gesta da camera di tortura sia nella volontà di aiutare i poveri. Il male e il bene si mescolano, talvolta.
Ivan ha diverse facce, ma il lato cattivo di certo è qualcosa di mostruoso, che fa paura ancora oggi.

Le iniziative militari non mancano, e sono successi. L’esercito è rafforzato con le unità di elite degli Strelzi, archibugeri armati con la migliore tecnologia del tempo, guardia del corpo personale dell’imperatore nonché truppe speciali che fanno la differenza in battaglia, simili al corpo dei giannizzeri ottomani, per preparazione e forza.
Ivan sfida i tatari, rivali storici, conquista i Khanati di Kazan e di Astrakhan, mettendoli a ferro e fuoco, massacrando decine di migliaia di persone.
La Russia s’allarga, si gettano le basi per il gigante che nei secoli successivi andrà dal Baltico all’Oceano Pacifico.
La Russia si apre al commercio con l’estero, alle bachine del porto di Arcangelo approdano le navi inglesi di Maria I Tudor e viene creata appositamente la Muscovy Company per sfruttare quella rotta commerciale.
Ma nuove nuvole appaiono sopra le cupole delle cattedrali.

 

CAPITOLO V: LO SCETTRO INSANGUINATO

Guerra totale d’espansione ad Ovest, in mare e in terra: contro gli svedesi, i livoni, i lettoni, i polacchi. I conflitti s’accavallano, lo stato di guerra s’incancrenisce.
Al fronte si muore, il tesoro viene prosciugato, molti i malumori in tutte le caste.
Il condottiero, amico e consigliere principe Andrej Michajlovič Kurbskij defeziona e si rifugia nell’odiata Polonia, da dove diviene un acceso dissidente in esilio dello Zar, con cui si scambia lettere al vetriolo.

Nel 1553 Ivan IV si ammala, la febbre lo consuma, crede di morire. Un po' ci sperano anche i boiardi, che incrociano le dita, forse il cielo ha accolto le loro preghiere.
Convoca d’urgenza al suo capezzale gli alti papaveri, il clero, i rappresentanti delle grandi famiglie.
Esprime le sue ultime volontà: pretende che venga riconosciuta l’autorità dello Zarevič Dmitrij Ivanovič, suo primogenito maschio e successore al trono.
Ma lo Zarevič è un bebè di nemmeno un anno, i boiardi non sono di certo entusiasti di accettarlo come Zar. Vorrebbero incoronare piuttosto il cugino Vladimir Andreevič.
Ivan ascolta quei tangheri mentre attorno al suo letto di morte litigano. Osano disobbedire ai suoi ordini finali, i maledetti.

Ivan però non muore: grazia di Dio o scherzo del diavolo? Miracolo, lo Zar torna in piena salute, ancora pià paranoico e sospettoso di prima.
Ha scansato la morte sua, ma purtroppo non quella dei suoi cari.
Durante un pellegrinaggio per ringraziare Dio del pericolo scampato, la famiglia reale si ritrova a navigare sul fiume Sesna. La barca, improvvisamente, si rovescia, il piccolo Dmitrij scivola dalle mani della balia, affoga.
Disperazione, i genitori Ivan e Anastasija sono distrutti.
La psiche del Terribile ne risente.
Un altro colpo all’umore già tremendo per natura arriva pochi anni dopo; la Zarina, amatissima, muore.

No! Lo Zar impazzisce di dolore. No! Sono stati i boiardi, sterco del demonio! Infingardi, avidi, serpenti! Si convince che sia stato un nuovo avvelenamento, un complotto ordito a palazzo, come anni prima, quando uccisero sua madre.
L’odio si rinnova.
D’ora in avanti non esisteranno più freni, nessuno al mondo sarà in grado di placarlo.
Gira il Cremlino, in un vortice di pensieri distorti, i volti si malformano, diventano maschere mostruose, ghigni malefici, sangue, sangue, sangue ...

Calmati Ivan, calmati. Lo Zar prende presto un’altra moglie. Mogli: ne ebbe diverse. Oltre all’adorata Anastasija Romanovna si sposa con Marija Temrjukovna e Marfa Vasil'evna Sobakina: probabilmente morte avvelenate; Anna Alekseevna Koltovskaj: gettata in convento perché sterile; Marija Fëdorovna Nagaja: l’ultima, che gli diede un nuovo Dmitrij, forse pugnalato a nove anni, forse morto per un tragico incidente durante una crisi epilettica.
Storiaccia è quella di Maria Dolgoruki. Il Terribile la guarda di storto, con un sorriso diabolico che non promette nulla di buono.

La cagna non è vergine” rimugina nocivo lo sposo.

Il giorno dopo le nozze fa accomodare la sventurata su un carretto. Ha quel sorrisetto sadico, brutto segno, signori miei. La poveretta non sa che i cavalli che nitriscono e sbuffano e scuotono la testa come drogati sono stati ben ingozzati di avena imbevuta di birra.
Sono cavalli ubriachi marci.

Buona fortuna, amore mio!” dice il marito dando una secca frustata ai cavalli.

Il carretto parte come un razzo per cento metri poi il razzo su ruote si tuffa in uno stagno. Maria Dolgoruki muore annegata nello stagno. Nello stagno ci sono tanti pesci, particolarmente grassi. Lo Zar è ghiottissimo del pesce di quello stagno.
Luna di miele, Just married.
Se per esigenze di Stato e di eredità il padrone di Russia deve avere al suo fianco una Zarina, ciò non gli toglie il tempo agli svaghi sessuali. Ha un appetito erotico rapace, molesto, primitivo. Stupra, centinaia sono le vittime delle sue voglie che naturalmente devono subire senza fiatare. Prende con la forza giovanissime fanciulle: una volta si vanta di averne violentate mille.
Salta addosso a donne sposate: non possono farci nulla una volta che finiscono nelle sue mire, nemmeno i mariti, che ne vengono prontamente informati per essere umiliati se non addirittura obbligati a guardare. Gode nei festini a base di violenza carnale e sodomia, baccanali mascherati, carnevali orgiastici; alè, ogni buco deve aprirsi senza tante storie alla sua maestà suprema. In alcune occasioni viene servito lo speciale “dessert alla Ivan”.

Dal libro di ricette zariste, Dessert alla Ivan.
Ingredienti: dieci litri di panna, dieci chili di miele, una ragazza nuda.
Preparazione: stendere su un tavolo la ragazza nuda e cospargela da capo a piedi di panna e miele.
Servire.

Ci immaginiamo una scena notturna illuminata da candele, e una ventina di cortigiani con l’acquolina che cola dalle labbra capeggiati dallo Zar, capobranco, stringersi attorno all’escort cinquecentesca, forse consenziente ma più probabilmente no.

 

CAPITOLO VI: POLIZIA SEGRETA

Passano alcuni inverni, corre l’anno 1564, il 3 dicembre.
Ivan è sulle mura del Cremlino, ha lo sguardo allucinato, mormora tra sé e sé.
Non è vestito con sgarcianti e lussuosi vestiti adatti al suo rango. Indossa una lunga tonaca nera, monacale, stretta in vita da una corda, come un pezzente, e al collo pende una croce non d’oro, bensì di legno; non sembra uno Zar, ma un sacerdote di un oscuro villaggio siberiano.

Prende una decisione che lascia tutti sbigottiti, i nobili, i prelati, la famiglia imperiale, lo scrittore, i lettori. Di punto in bianco, annuncia di andarsene da Mosca e di abbandonare il trono, si rifugia in un piccolo paese di provincia, visita monasteri, si ritira nella preghiera.
Potrebbe sembrare il colpo di testa di un pazzo.
A dire il vero, pazzo lo è, ma un pazzo lucido, tutto fa parte di un suo piano machiavellico. In realtà non vuole scrollarsi di dosso il potere, ma rafforzarlo, impugnarlo più saldamente.
Come è facile immaginarsi, nella capitale si crea un pericoloso vuoto. La situazione di crisi può degenerare in rivolta e guerra civile da un momento all’altro.
I disprezzati boiardi, di cui lui ha sempre diffidato, se la fanno sotto.
Non sanno che fare, si sentono persi.

Esattamente un mese dopo, Ivan si mette a scrivere due lettere. La prima la indirizza al Metropolita ortodosso Anastasio. È una missiva carica di accuse contro i boiardi, uomini avidi, tormentatori di contadini, corrotti, traditori, meschini, incapaci. La colpa della difficile situazione interna è loro, lo Zar lo scrive chiaramente.
Ricordando le angherie personali subite da bambino dichiara di non avere altra scelta che l’abdicazione per sfuggire alla loro malvagità. La mano del Terribile armata di penna però non si ferma qua.
La seconda lettera è invece rivolta direttamente al popolo, e viene letta dai suoi emissari nelle piazze. La gente ascolta le parole dello Zar che nega l’intenzione di lasciare il trono, che afferma che il suo allontanamento volontario era solo una minaccia rivolta contro i nobili infedeli, e che sopratutto rinnova la vicinanza e l’amicizia ai russi.
È un’abile mossa politica.
Le persone comuni lo rispettano, si sentono protette.

Il piano diabolico funziona. Temendo il caos, delegazioni dei tre stati (nobiltà, clero e popolo) si recano nel villaggio di Aleksandrov e supplicano Ivan di tornare. Lo Zar si mostra restio, ma accetta.
Pone però dure condizioni.
I privilegi dell’aristocrazia e dei religiosi sono ridotti. Il potere è così ancora più accentrato intorno alla sua figura, vero assolutismo, la Russia intera è ai suoi piedi.
Per controllare tutto e tutti divide il territorio imperiale in due fette. Una, denominata Zemščina, dove rimane in vigore la vecchia amministrazione clero-nobiliare e una seconda, denominata Opričnina, suo dominio assoluto, posto sotto controllo diretto.
Le città più importanti, compresa Mosca, i territori più fertili e ricchi, fanno parte dell’Opričnina. È la grande riserva di caccia di Ivan IV, comanda lui e basta, e non deve rendere conto a nessuno, nemmeno a Dio.
L’Opričnina è roba sua.

E per meglio controllare la cosa sua istituisce una milizia pretoriana di sicura fede. Nasce una polizia segreta del cinquecento, spietata e estremanente efficiente: gli Opričniki.
La Grande Russia è una terra di notevole tradizione spionistica. Affascinante è vederne l’evoluzione fino ai giorni nostri:

 

  • Opričniki (1565-1573), guardie del potere di Ivan IV.
  • Polizia segreta di Pietro il Grande (XVII e XVIII secolo).
  • Polizia segreta di Caterina II la Grande (XVIII secolo).
  • Terza sezione della Cancelleria privata di Sua Maestà Imperiale (1826-1880), servizi segreti istituiti da Nicola I.
  • Sezione di sicurezza Ochrana (1881 – 1917), servizi segreti interni ed esteri fino alla caduta dei Romanov con la rivoluzione.
  • La Čeka (1917-1922), prima polizia politica leninista dell’epoca bolscevica.
  • NKVD - Narodnyj Komissariat Vnutrennich Del (1922-1946), lo strumento repressivo di Josif Stalin, addestrato a compiere purghe e crimini disumani.
  • MGB Ministerstvo Gosudarstvennoj Bezopasnosti (1946-1953), l’evoluzione della polizia segreta stalinista in tempo di pace.
  • KGB Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti (1953-1991), i famosissimi servizi sovietici, attori di primo piano nelle vicende della guerra fredda.
  • FSB Federal'naja Služba Bezopasnosti Rossijskoj Federacii (1991-oggi), gli eredi delle spie dell’URSS, ora al servizio del nuovo Zar Vladimir Putin, anch’egli formatosi nei servizi segreti.

 

Gli Opričniki di Ivan il Terribile incutono una sinistra suggestione a chi approfondisce. Vengono chiamati la “Truppa di Satana”, o “i cani dello Zar”, oppure i “Neri”.
Sembrano SS della Gestapo di 450 anni fa.
Sono cavalieri, abili guerrieri, fedelissimi, fanatici, spietati. La loro ragione di esistenza è incutere terrore e la divisa che indossano non è scelta a caso ma deve spaventare a morte chi li incontra.
Montano destrieri neri. La loro palandrana è nera. I loro stivali sono neri. I loro pantaloni sono neri. Le loro giubbe sono nere. Le loro bandiere sono nere.
Ed infine, anche la loro anima è nera.
Neri, ninja occidentali armati di lunghi pugnali, si mimetizzano nella notte, escono dall’oscurità galoppando come forsennati e attaccano villaggi indisciplinati o castelli traditori.
Radono al suolo, massacrano, incendiano. Odiamo il nitrito dei loro cavalli infernali, vediamo il fumo scuro uscire dalle loro narici, sentiamo le urla delle donne preda di caccia, guardiamo le isbe bruciare in fiamme alte, osserviamo la neve diventare rossa.

Gli uomini della milizia zarista vengono scelti da Ivan in persona. Molti di essi sono rapinatori, stupratori, assassini. Quel mestiere è molto adatto ai pendagli da forca.
È un modo per evitare le catene e la galera, i criminali trovano una nuova ragione di vita, giurano fedeltà assoluta al loro salvatore e grazie ai saccheggi in cui vengono scatenati senza museruola si arricchiscono pure.
Sulle insegne e sulle selle vengono ricamati i loro simboli. La testa di cane simboleggia la fedeltà allo Zar (cani dello Zar, appunto), la scopa simboleggia l’atto di spazzare via dalla Terra i suoi nemici.
È un marchio distintivo che viene presto conosciuto in tutta Moscovia, la Storia si ripete anche in certi suoi dettagli, pensiamo alla doppia S stilizzata a fulmine, o le mostrine da commissari del popolo stalinisti. La gente li deve riconoscere, la loro apparizione nelle strade deve fare tremare. Tecniche di controllo delle masse antiche e moderne.
È il terrore.
Ivan ha bene in mente cosa ha creato, realizza la grande paura tramite quell’implacabile macchina di repressione. Molti anni dopo, Stalin si interesserà seriamente all’esempio del suo predecessore.

In un momento di particolare degenerazione mistica, quando il Terribile si convince di essere l’inflessibile mano di Dio, all’interno del corpo d’elite degli Opričniki si forma un gruppo ancora più ristretto, un’elite nell’elite.
Trecento opričniki vengono selezionati per formare la super guardia del corpo personale dello Zar.
Vengono istruiti non solo per essere dei soldati formidabili, delle teste di cuoio d’epoca, ma per essere dei monaci, una versione squilibrata di un ordine religioso ascetico.
Quei particolari opričniki pregano tutto il giorno, recitano sermoni infervorati nel cuore della notte, poi trucidano, torturano, fanno strage.
È un mix allucinato di spiritualità e crudeltà. Viene ricordato dagli storici l’intervento delle unità Opričniki nella spedizione punitiva contro la città di Novgorod, accusata di sedizione. I morti tra i civili sono a migliaia.

Ma anche sotto le sale d’oro del Cremilino, nelle segrete affollate come dei lager medievali, gli aguzzini imperiali interrogano i sospettati, puniscono nei peggiori modi possibili chi finisce nelle liste dei nemici della corona.
Ivan non si limita solo ad ordinare arresti ed esecuzioni, ma partecipa attivamente alle atrocità. In lui non c’è solo una fredda volontà di annientamento dell’avversario, c’è anche una forte componente sadica.
A Ivan non basta comandare di togliere di mezzo chi non gli va a genio, Ivan vuole vedere, e talvolta Ivan vuole essere lui il boia.
Gli piace vedere scorrer il sangue di chi odia e di chi disprezza; maniaco del dolore altrui: è come se volesse soddisfarsi in qualche modo nell’osservare e provocare indicibili e lunghe sofferenze.

Scende a tarda notte nei meandri del palazzo illuminati da torce sui muri umidi, puzzolenti di carogne umane, verso le grida dei condannati, persino i ratti scappano terrorizzati al suo passaggio. Brandisce il suo scettro, quel lungo bastone da serial killer, che come abbiamo visto all’inizio del nostro racconto è stato l’arma con cui ha fracassato la testa al figlio Ivan Ivanovič.
Usa la punta della spranga imperiale per tormentare gli incatenati, li picchia, li ferisce mortalmente.
Assiste agli squartamenti, alle mutilazioni, ai bagni nell’olio bollente e nell’acqua gelida, alle ustioni, alle torsioni, alle flagellazioni, alle impalazioni, ai raccapriccianti pasti di mastini e di orsi inferociti.
La fantasia del male è là sotto, nei sotterranei.
Ivan si eccita, ha il volto schizzato di sangue.

 

CAPITOLO VII: UN VECCHIO PAZZO 

Lo Zar invecchia e con l’età la sua malattia mentale peggiora.
La superstizione diventa un qualcosa di patologico, obbliga la corte a lunghe veglie di preghiera e chi sbadiglia è perduto: gli si mozzi la testa!
Attorno alla sua residenza fa scavare un fossato così largo che il diavolo non possa oltrepassarlo. Paranoia: vede nemici ovunque. Fa giustiziare i capi degli Opričniki - sono in effetti diventati troppo potenti, pericolosi, arroganti, vanno per scorribande senza autorizzazione, e sconfinano nel territorio della Zemščina provocando carestie e lutti. Dopo sette anni di puro terrore, la milizia nera è sciolta, i cani da guardia stavano per rivoltarsi contro il padrone.

Ivan ama molto scrivere, è penna raffinata, colta, beffarda: contrasto con le sue azioni malvagie, o forse a completamento di esse (dopotutto non mi immagino Lucifero come un essere ignorante).
Pare divertirsi a scrivere lettere strambe, eccentriche e qualche volta offensive agli altri grandi re del mondo; insulta il re di Svezia  dandogli del plebeo e fa una corte spudorata alla Regina Elisabetta I d’Inghilterra, la quale, naturalmente, declina le avances; e allora lui respinto controbatte piccato:

“Tu invece rimani nella tua condizione di zitella, come una qualunque ragazza sempliciotta”.

Nessuno osa mai tanto, forse solo quell’altro folle del dittatore dell’Uganda Idi Amin Dada (ma il cui peso in termini di potere e di influenza è sicuramente più ristretto e meno significativo nella Storia).

Il suo erede è lo Zarevič Ivan Ivanovič, che ha educato alla guerra durante le lunghe campagne contro i tatari, per piegare i khanati del Sud e per conquistare la Siberia Occidentale, e che dimostra al papà una naturale predisposizione alla tirannia e alla violenza.
Ghignano ambedue, padre e figlio, davanti a roghi a combustibile umano, di fronte agli annegamenti collettivi, dinanzi ai cortili ingombri di teste mozzate.
Condividono gli stessi hobbies.
Hanno in comune anche il carattere superbo e indomabile. Ma questa caratteristica sarà fatale al principe ereditario.

Ritorniamo nella scena dipinta da Il'ja Efimovič Repin nel suo “Ivan il Terribile e suo figlio Ivan al Venerdì, 16 novembre, 1581”. Ivan vecchio pazzo ha bastonato selvaggiamente il ragazzo, mandandolo in coma.
Le sprangate sono fatali, dopo quattro giorni di agonia, lo Zarevič muore.
A scatenare la furia del padre è stata sua nuora vestita con un abito troppo appariscente secondo i canoni morali del suocero. La picchia forte, anche se la ragazza è incinta.
Le provoca un aborto.
Dramma al Cremlino, l’ennesimo.

Lo Zarevič giustamente si scaglia contro lo Zar, sconvolto, furibondo. Scoprono di odiarsi. Volano parole irripetibili.
Raptus.
L’erede giace moribondo, il padre si rende conto di quello che ha fatto, sparisce la collera ed entrano nella testa malata lo shock e il rimorso, abbraccia il figlio, lo bacia, urla, impazzisce.

"Muoio da figlio devoto e da suddito sottomesso..."

Sono le ultime parole sussurrate da Ivan Ivanovič prima di spegnersi nel coma e poi nella morte, mentre Ivan IV esce completamente di senno.

Vaga insonne, l’incubo è ad occhi aperti, la realtà è diventata tortura, parla da solo, piange, picchia la testa contro gli altari, sente le voci, le voci lo accusano, i santi delle icone hanno gli occhi rossi, appaiono i fantasmi, migliaia di spettri lo inseguono nelle torri e nei saloni, sono le sue vittime, torturate e fatte a pezzi, gira tutto, le stanze, gli affreschi, il Cremlino, la Terra intera.
Non dorme più, le sue pupille sono crepe.
Vengono convocati tre anziani ciechi che hanno il compito ogni sera di raccontargli storie e leggende a bordo del letto, sperando di calmare il sovrano e di farlo finalmente addormentare; sonnifero Roipnol in versione antica.
È un vecchio bambino, colpevole di colpe infinite, che si fa raccontare le favole della buona notte per placarsi, per ritrovare una pace impossibile, ma niente, morde i cuscini, salta giù dal letto, si mette a correre gridando per il palazzo.

Una cometa con la coda a croce scia sulla notte sopra Mosca: Ivan la vede, quello è un presagio di morte, la sua morte. Si circonda allora di sacerdoti, indovini, sciamani, astrologhi, maghi, santoni, guaritori, stregoni.
Ha paura di morire, ha paura dell’inferno, deve pagare il conto.
Sentendosi perduto si rifugia ancora più nel pentimento e nella religione. Prende gli ordini monastici, invoca il perdono, stila lunghissime liste dei suoi peccati, prega e si pente, prega e si pente, prega e si pente.
Non è più il Terribile di un tempo: l’alterigia e l’orgoglio sono spariti, Ivan striscia in terra sotto la croce di Cristo.

Ora che Ivan Ivanovič non c’è più, suo erede è il povero Fëdor, mente semplice e cuore dolce, così diverso dal suo genitore, perché buono, puro, un ragazzone ritardato.
Ama gli animali, gioca con i colombi, si diverte a suonare le campane.
L’innocenza, nel mondo degli uomini, non è adatta a governare. Suo tutore, nonché vero Zar, sarà il furbo Boris Fëdorovič Godunov, analfabeta intelligentissimo e braccio destro di Ivan IV.

Il giorno prima della morte Ivan ha ancora tempo per un ultimo crimine prima di fare le valige per il sottosuolo in fiamme. Ancora arzillo, il Terribile tenta di stuprare la nuora Irina, moglie del delicato Fëdor e sorella proprio del consigliere Godunov, sempre più potente ora che il sovrano è al tramonto.
Il 18 marzo 1584, il vecchio Zar gioca a scacchi con la sua guardia del corpo Bogdan Belskij.
Improvvisamente, la testa comincia a girargli.
Emicrania. Chi ha mosso per ultimo? Non se lo ricorda più. Cavallo mangia alfiere. Torre mangia regina. Sta perdendo.
La luce si fa sfocata, il respiro affannato.
Il fedele Bogdan lo scruta, ma non si alza per aiutarlo. Maledetti, l’hanno avvelenat ...

Lo Zar crolla in terra, in mano impugna il re nero.
Il re è caduto.

 

CAPITOLO VIII: REPIN

Quella di Ivan IV, primo Zar, è storia grondante sangue e atrocità, ma anche di grandi conquiste. Durante il suo regno, anzi il suo impero, si sono gettate le basi della grande Russia, di quello sconfinato gigante che occupa enormi spazi d’Europa e Asia.
Il'ja Efimovič Repin, l’autore del quadro di Ivan, è stato un grandissimo pittore russo del XIX e XX secolo.
Piuttosto che concludere questo lavoro con una sua sterile biografia, voglio inserire qua sotto le opere che più mi hanno colpito e che ritengo essere dei capolavori, dei fantastici viaggi nel tempo; le tele di Repin sono sguardi nella storia russa e trasportano chi li guarda verso dimensioni orientali del passato, tutte da esplorare.
La rassegna di opere vuole essere un antidoto colorato alla morte così presente nella violenta vita di Ivan il Terribile, un modo per scrollarsi di dosso l’orrore.

“Sul sentiero” – 1881.
Influenza impressionista che ricrea la steppa d’estate.
Il vento soffia nello spazio immenso agitando un poco l’erba ingiallita, le aquile planano nel cielo e un cavaliere cosacco armato di moschetto è a caccia.

 

“Processione religiosa nella provincia di Kursk” – 1883.
È una rappresentazione meravigliosa del mondo ortodosso e tradizionale. Siamo anche noi lì, a camminare tra la polvere, la folla sudata, i paramenti liturgici.
La calca in movimento è composta da popi barbuti, monaci con le facce rosse dal sole (e dal bere), funzionari di provincia, sbirri di villaggio, babushke devote, autorità e mendicanti.
Questa è la Russia dell’ottocento.

 

“Figlia del pittore” – 1884.
Un ritratto pieno di amore per la figlioletta, in un giorno di primavera nella dacia di campagna.

 

“I Cosacchi dello Zaporož'e scrivono una lettera al Sultano Mehmet IV di Turchia” – 1891.
Ah! Fantastico!
Le dimensioni di questa tela sono immense: due metri per tre e mezzo. Ci vuole la parete di un palazzo imperiale per ammirarlo come si deve.
La scena è gustosa, ambientata durante una delle tante guerre russo-turche, e raffigura un gruppo di guerrieri cosacchi, sghignazzanti e furbeschi, mentre sono attorno ad uno scrivano.
Stanno rispondendo con una lettera al Sultano degli ottomani, si divertono un mondo a trovare insulti fantasiosi. Sia maledetta tua madre. Figlio d’una cagna. Fottitore di capre di Alessandria. Piaga del nostro cazzo. Eccetera, eccetera.
Affascinanti poi sono i costumi della steppa seicentesca, come le spade, gli archibugi decorati, i copricapi, i baffoni.

 

“Seduta cerimoniale del consiglio di stato il 7 maggio 1901, nel centenario della sua fondazione”  – 1903.
Signori, indossiamo la marsina diplomatica, e presenziamo alla riunione del potere zarista convocata da sua maestà imperiale Nicola II di tutte le Russie, assieme ad ammiragli, granduchi, ministri, papaveri, generaloni, cugini.
Congelamento: al pari di una fotografia il movimento è bloccato, in eterno.
Lorsignori non vedranno mai l’onta della sconfitta con i giapponesi del 1905, le vicende della domenica di sangue, la tragica disavventura della prima guerra mondiale, la rivoluzione, il bolscevismo.

 

“Ritratto di poeta futurista” – 1916.
Il giovane poeta ritratto è il famoso Vladímir Vladímirovič Majakóvskij (lode a Mishima e a Majakóvskij), artista sovietico morto suicida con un colpo di pistola al cuore.
Il poeta sogna ad occhi aperti rivolto alle stelle, ha lo sguardo che vola alto e lo sfondo è in agitazione, vortice cosmico.
Già dal titolo dell’opera si sottolinea la rottura con il passato: futurismo. Ma anche la data è importante, è il 1916, siamo in piena guerra mondiale, poco prima di quei giorni rossi che sconvolsero il mondo, ad ovest si scavano trincee chilometriche e si scatenano scontri colossali contro i tedeschi, gli austriaci, i turchi.
E questo, bellezza, è tutto un altro secolo, questo è il novecento.

Federico Mosso

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