"And then another one": quella volta che un berlinese mi spiegò il Muro, la gioia e il dolore

racconto della caduta del muro di Berlino
“And then another one”. Gli brillano gli occhi, a quel tedesco di sessanta e più anni. Io sono immerso in uno dei dialoghi più surreali della mia vita: sono in piedi sulla metropolitana di superficie, mi tengo a una cinghia che spunta dal soffitto, Berlino si riflette negli specchi dei suoi palazzi in costruzione.
“And then another one!”. Che poi io una conversazione del genere me la volevo cercare, volevo finirci in mezzo. Ma non subito! Non alla prima occasione. Non per caso.
“And then another one!”.
 
Ci avevo messo dieci minuti per stabilire che mi ero perso. Uscito dal sottosuolo a Wilmersdorfer Strasse, mi ero trovato davanti a un cavalcavia anonimo. Dietro, un centro commerciale. Di lato un negozio di saponi.
Nessun accenno di una stazione della metropolitana di superficie che avrebbe dovuto esserci, eppure non si trova. “Meno male che sei tu quello col senso dell’orientamento”: la mia ragazza, senza alcuna pietà, sottolinea quello che qualunque passante può capire da solo.
E cioè che quel tipo fermo impalato all’incrocio (non bastasse la t-shirt da battaglia; non bastasse lo zainetto rosso; non bastasse la guida turistica pinzata tra le ginocchia; non bastassero gli occhiali da sole; non bastasse una mappa che il suddetto gira e rigira e rigira, come se cambiarle il verso facesse apparire indicazioni fino a quel punto nascoste) è il classico turista imbranato che non sa che pesci pigliare.
 
“Can I help you?”. La salvezza prende le sembianze grassottelle di un tizio sulla sessantina abbondante. Parla un inglese decisamente migliore del mio, non supera il metro e 70, i capelli neri unti e flosci, gli occhiali tondi di metallo.
Sorride, ha gli occhi allegri. Senza alcun ritegno, ci presentiamo per quello che siamo: due turisti dei più banali, guida alla mano, che sono atterrati da meno di due ore e la prima cosa che vogliono fare è vedere il monumento-simbolo, la Porta di Brandeburgo.
Siamo forse una tacca sopra a quegli italiani che chiedono determinati “Where I can eat a pizza good?”, ma nemmeno poi tanto.
 
Lo sconosciuto è gentile: la stazione c’è, è 200 metri indietro, vi si accede da una passerella in mezzo a un cantiere. Mi aspetto che il mio paffuto salvatore mi guardi con commiserazione e se ne vada per la sua strada. Invece…
“Se volete, fino a Brandeburgo vi porto io”. 
Io e lei ci guardiamo sorpresi.
“Davvero, io devo andare in quella direzione. Dobbiamo prendere il treno fino ad Hauptbanhof: insisto, vi porto io”.
Messi in crisi da tanta disponibilità, accettiamo senza fare troppe domande. Una volta sul treno, per educazione facciamo conversazione. Il nostro amico è un chiacchierone, e non ha voglia di stare sul banale: è un ingegnere in pensione, ha lavorato negli Stati Uniti negli anni ’70 e ’80.
“I guess you were from the West…”, oso. Annuisce e sorride. Ed è lì che mi prende di sorpresa: “Che ci fate qui a Berlino?”.
 
Cioè, perché Berlino e non Parigi? O Madrid, o Amsterdam… Gli rispondo dopo una pausa di pochi secondi, mi serve per decidere di non avere filtri: “Perché io adoro la Germania. Mi piace tutto, di voi: i treni, le fabbriche, l’ordine, la musica, la birra, l’organizzazione. Perché a Berlino c’è il Pergamon. Perché…”.
Titubo, un impercettibile istante.
Perché io c’ho sto chiodo fisso, del Muro. Io sono a Berlino anche e soprattutto per cavarmi i dubbi, i pensieri, i tarli - sul Muro.
Perché l’ho studiato, il Muro. Perché sono un floydiano di ferro. Perché mi angoscia, mi angoscia da matti ‘sta storia del Muro, e sono lì per torchiare un tedesco alla prima occasione e farmi raccontare quegli anni, e quell’anno. Eccola, l’occasione.
Il tedesco si accorge della mia esitazione, ma non mi incalza: supero l’imbarazzo buttandola lì, “And also for the Wall”.
 
“Die Mauer”. Ecco, lo sapevo, sono un cretino, ho toccato il tasto dolente con la grazia di uno zappatore. Ma è la mia giornata, e il tipo non mi liquida; potrebbe trattarmi da cretinetti, ma non lo fa. “You know…”
 
 
“Quando il Muro è caduto… per noi è finita la guerra. La Seconda Guerra Mondiale, dico. Per noi berlinesi la Seconda Guerra Mondiale è finita con 45 anni di ritardo. Se eri a Ovest potevi girare, se eri a Est nemmeno quello, ma noi eravamo la guerra. E tutto era ancora Seconda Guerra Mondiale. Per noi nel ’45 è solo finito il Nazismo, ma non la guerra”. Ecco, hai voluto la bici?
Mi avesse dato due schiaffi sarebbe stato meno brusco. Tutta la mia baldanza sparisce, sono davvero in difficoltà. Mi sta parlando la Storia, in ciccia, sudore e sguardo assorto. Timidamente lo incalzo, il treno sta arrivando a Hauptbanhof: “Tell me about 1989”.
 
“Ero tornato in Germania da un paio d’anni, no, scusa, tre. E c’era un clima brutto. Io non avevo parenti stretti, di là, ma qualche cugino sì. C’era gente però che aveva il marito, i figli dall’altra parte. I nonni. Gente che aveva trent’anni e non aveva mai visto sua nonna, che era viva ma era di là”.
Io e lei ascoltiamo in silenzio.
“Quella sera ero in birreria. Noi sapevamo che di là c’era casino, sapevamo che stavano cambiando molte cose. Però uno nasce, cresce, vive con un certo tipo di mondo, e quindi quella sera anche se sapevamo che di là c’era casino (“troubles, and really mess”, per citarlo letteralmente) era una sera normale. In una sera normale tu vai in birreria con gli amici”.
 
“Bene: voi immaginate un pub pieno di gente. C’è rumore, c’è gente che parla, c’è gente che urla, no? Ecco, nel pub quella sera le televisioni erano accese. Inquadravano Brandeburgo, ma nessuno ci dava peso. E tutto andava come una serata normale.
Poi, silenzio. Nel pub a un certo punto si crea il silenzio più assoluto. Un attimo prima è un normale pub, con il suo normale rumore; un attimo dopo ci sono duecento persone zitte, che guardano la televisione in assoluto silenzio. Perché la tv ha fatto vedere una cosa assurda: ha stretto l’inquadratura, ed uno è passato da Est a Ovest”.
 
“Tutti hanno fatto silenzio. Ci siamo guardati in faccia, eravamo sbalorditi. ‘Qui sta succedendo qualcosa’, ci siamo detti. Cazzo, se stava succedendo! Un ragazzo era passato in un buco del Muro. Però era successa un’altra cosa strana: questo qui era passato, e tutti abbiamo pensato ‘Adesso lo ammazzano’. Invece aveva fatto due o tre passi nella nostra parte, e poi era corso via, era tornato subito a Est, capite?.
Praticamente, questo qui aveva avuto paura che gli sparassero, ed era scappato indietro. Ma è giusto, tanta gente era morta. Nel pub c’è silenzio assoluto, qualcuno inizia a piangere. Poi, sempre dalla televisione, vediamo lo stesso tizio uscire dallo stesso buco. E questa volta non scappa. Poi, da quel buco, ne salta fuori un altro”.
 
“And then another one.
And then another one”.
And then another one…”.
È commosso il nostro amico. Ha gli occhi lucidi: “A quel punto, tutti corremmo a Brandeburgo per fare festa, per abbracciarci. Voi non capite, ma in quel momento è finita la guerra. In quel momento, eravamo liberi. In quel momento eravamo di nuovo tedeschi”.
 
A distanza di anni, di quel tipo sudaticcio, della sua ospitalità e della sua vita non so niente. Non si era nemmeno presentato, quindi il suo nome non l’ho mai saputo. Ma quella chiacchierata sulla S7 è una delle cose più assurde, vibranti e vive nella mia memoria, in assoluto. Un perfetto sconosciuto mi aveva spiattellato la sua storia, evidenziando un bisogno viscerale di testimoniare, di comunicare quel giorno grandioso – e quindi, l’immensa sofferenza dei decenni precedenti.
Avrei conosciuto Berlino nei tre giorni seguenti, e assieme a lei tutto il suo dolore: una città distrutta, saccheggiata, sistematicamente umiliata nella sua intimità e per un periodo di tempo infinito. Ma nei giorni successivi – lo sapevo già – non mi sarebbe capitato niente di più carnale e sanguinante di quel racconto.
Tutto quello che posso fare è narrarlo a mia volta, nella maniera più fedele, perché non venga perso.
 
Umberto Mangiardi
 
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