Agon Channel: una TV nata già vecchia (e pronta a sfruttare)

Agon Channel: una TV nata già vecchia (e pronta a sfruttare)

Agon Channel si rivolgerà a un pubblico di giovani adulti: 18-55 anni. Sarà una emittente generalista e non trasmetterà film, ma game show, talent, talk, e reality.
Ma la cosa più importante è che trasmetterà dall’Albania, rivolgendosi a un pubblico italiano. Il motivo è semplice: per risparmiare sul personale tecnico e amministrativo.
Le star televisive, infatti, saranno per lo più vecchie glorie della tv generalista italiana: Simona Ventura, Pupo, Sabrina Ferilli, Lory Del Santo e Maddalena Corvaglia, tra tutti.
L’editore, Francesco Becchetti, ha 63 anni ed è nipote di Manlio Cerroni, ex proprietario della discarica chiusa nel 2013 a Malagrotta, Roma; lo stesso Becchetti, inoltre, è amministratore delegato di un gruppo che si occupa, tra l’altro, di smaltimento rifiuti: la tentazione di paragonare la monnezza vera con la tv spazzatura pronta ad essere trasmessa dall’altra parte dell’Adriatico è forte.
Ma non è solo questo il motivo per cui non si dovrebbe guardare Agon.

COSTI ALBANESI, GUADAGNI ITALIANI - È forse il motivo principale, classico dibattito della postmodernità.
L’intento di speculare sul lavoro di giovani professionisti della comunicazione, però, in questo caso infastidisce ancora di più. Alessio Vinci (sì, quello di Matrix) è l’ex direttore del canale gemello, che però trasmette per il pubblico albanese.
Vinci ha dichiarato candidamente che produrre un programma di qualità (Vinci? Qualità?) a Tirana costa dieci volte di meno rispetto all’Italia. Marchionne? Un dilettante.
La domanda sorge spontanea: le soubrette ormai cadute nel dimenticatoio in Italia, percepiranno il corrispettivo delle loro colleghe albanesi? La risposta si teme scontata.

Ma c’è di più. I ragazzi che lavorano nel mondo dei media sono già costretti a lottare contro un sistema che vede vecchi garantiti mangiare l’intera torta. Molti giovani, inoltre, sono spesso liberi professionisti con stipendi a 3 cifre, senza tutele e senza ammortizzatori sociali. E anche senza futuro. 
In altri termini, i giovani lavoratori della comunicazione, ormai abituati a camminare sul filo della precarietà, dovranno da adesso fare i conti con la concorrenza dei loro colleghi albanesi. Un film già visto con gli operai, costretti a vedere le loro fabbriche dismesse verso India, Serbia e Romania.
Forse gli editori di Agon Tv gli stanno suggerendo di emigrare in Albania. Ché in fondo si sa: Tirana è la nuova Berlino.

TEMPI MODERNI, MENTALITÀ VECCHIA - Il direttore di Wired Uk, Chris Andersen, nel 2004 (e quindi non l’altro ieri) ha elaborato la teoria della Coda lunga.  Sinteticamente, si tratta di un approccio economico alla comunicazione che ribalta il vecchio assioma di era industriale (pochi prodotti, pubblico ampio). In pratica, il fondamento del marketing moderno applicato all’industria dei media.
La teoria della Coda lunga spiega come nell’era contemporanea, con l’abbassamento dei costi di produzione e la maggiore accessibilità alle conoscenze tecnologiche per la creazione di contenuti, sia più conveniente concentrarsi in una maggior distribuzione verso un mercato targettizzato.
In altri termini, produrre di più per tanti pubblici diversi, sempre più piccoli. I fruitori che stanno fuori dalla fruizione di programmi generalisti, in questo senso "messi insieme", sono una bella fonte di mercato. Ancora più in parole povere: prendete il pubblico di tutti i canali tematici, da Real Time a Dmax, e avrete una grossa fetta di utenti spesso tagliati fuori dalla televisione vecchia maniera.

Qualcuno ha persino sostenuto che la Tv generalista fosse giunta al capolinea, ma il dibattito all’interno della comunità di scienziati della comunicazione è ancora aperto. E, in ogni caso, interessa poco.
Quello che interessa è capire come mai gli editori italiani trovano più facile utilizzare vecchi modelli messi in discussione dal mercato e delocalizzare la prodizione di contenuti mediali, invece di investire in innovazione e qualità.

Il grande mostro di Stato, la Rai, lo sta facendo da anni: sta ignorando gli utenti più giovani e continuando a investire nel vecchio, nonostante il mercato porta da un’altra parte.
E adesso? Ci propongono un modello nuovo, ma che segue le stesse identiche dinamiche marce e divorate dagli acari, con la differenza che si trasmetterà da un Paese più povero del nostro.
Se Lory Del Santo ha stancato in Rai, come si può pretendere che piaccia, solamente perché sarà in uno studio albanese? Abbiamo già esportato il Trota, risparmiamo agli albanesi almeno la Ventura. Ma soprattutto, come fa a una nazione, a crescere, se trasloca anche la fabbrica della cultura?
Il progetto è già vecchio, prima ancora di nascere, e l’augurio è che il naufragio che ne conseguirà sia da monito per gli imprenditori. Perché la cultura non è un’utilitaria e i suoi lavoratori non giocano in una categoria minore.

Andrea Dotti
@twitTagli 

Commenti

Si ma possono investire

Si ma possono investire quanto vogliono nel tagliare i costi delle "operations", ma il problema di fondo è: ma chi li guarda? Forse possono accaparrarsi qualcuno nella fascia 45-55, ma di certo non i più giovani, che ormai la tv non la guardano più, Albania o non Albania.

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