4 maggio: 65 anni dopo, solo il fato li vinse

Grande Torino

Dagli ultimi piani di via Filadelfia si vede la collina. Ma non oggi. Oggi è il 4 maggio e come volevasi dimostrare c’è un tempo da cani. La pioggia, spesso, bussa sul cuore con una puntualità amarissima.
Non piove sempre, il 4 di maggio. Ma tutte le volte che piove, o c’è nebbia, o tutti e due, quel giorno passa lento, con un grammo di magone in più.

Il rumore è quello di una città indifferente, di palazzi lontani. Le macchine passano, qualche clacson, soprattutto il vento tra le fronde degli alberi e le gocce come tamburi invisibili. E piccoli.
Le nuvole basse e l’atmosfera spettrale sono perfette, in via Filadelfia. C’è qualche bandiera slavata, logora, c’è il fango e la gramigna tenace.

Come crollarono i templi dei greci? Col fuoco, le bufere, il tempo. Le mura distrutte, la pietra con un velo di vetro per il calore delle fiamme. Il prato che pian piano ha ripreso possesso della terra, un giorno dopo l’altro.
E le voci che sono un’eco, le urla, le preghiere, gli squilli di tromba.
Ora, il silenzio.

Il Filadelfia è una rovina, niente degli anni ’40, del Grande Torino, dei tifosi che andavano allo stadio col cappello. Solo qualche resto di cemento ruvido.
Dagli ultimi piani di via Filadelfia si vede il campo, un tappeto di verde invecchiato. I rovi ed il fango gli danno un aspetto triste, dimenticato, un verde bigio a perdita d’occhio circondato da increspature più chiare, le fondamenta delle tribune.
Qualche cespuglio che con la mente è facile da cancellare, così come è facile dare colore alle tinte morte che si hanno negli occhi. L’erba ritorna brillante, gli spalti ricrescono e magicamente si popolano, il vociare cresce come se una mano invisibile alzasse il canale del volume, fino a che uno squillo di tromba, acutissimo, suona la carica.
E gli schiamazzi si interrompono, sfumano, si ammutoliscono per un istante eterno per poi riesplodere in un boato fragoroso, appena uno scarpino esce dagli spogliatoi.

Il Filadelfia, nei cuori granata, rivive con semplicità devastante: non sono passati i decenni di incuria; lui è ancora lì, traboccante di furore ed amore. Sognare di essere nello stesso posto molti decenni addietro, e partecipare a quella festa pagana che era una partita del Toro.

I tifosi, composti come sapevano essere i vecchi, gremiscono ogni seggiolino, ogni centimetro di panca, ogni asse di legno. Hanno il paltò, appunto il cappello, eppure anche le sciarpe, le bandiere. E tutto trabocca granata.
I ragazzi hanno le braghe corte, anche se il tempo non lo permette, un pallido sole non è sufficiente: eppure son poco vestiti, ed anche le madri che temono la polmonite possono poco.
Allo stadio si va con il proprio vestito più vero, anche se spartano. Sulle maniche di camicia trascorrono brividi, ma contano nulla; e sulle teste i più poveri si sono arrangiati, con berretti di carta di giornale e la scritta “Forza Toro” improvvisata con la biacca rossa.

Il Filadelfia non è solo una casa, è uno stadio bellissimo. I giocatori ti sentono, se gli urli addosso. Gli arbitri hanno paura, nella malabolgia granata. Si vede il calcio benissimo, senti la pedata di cuoio su cuoio, senti l’avversario che si lamenta se ha preso un calcione, senti gli ordini di Capitan Valentino.
Senti soprattutto il ruggito mentre la palla entra fulminea in porta, ed è così forte che quelle rovine lo raccontano ancora.
Ne sanno parlare a distanza di anni. E tu, che in quello stadio non hai mai messo piede per esultare, ma solo per ricordare, capisci la sua lingua.
Il Filadelfia è un narratore di storie: le racconta così bene che ti sembra di averle vissute.

Anche se oggi piove, ed è il 4 maggio di troppi anni dopo.

U.M.
@twitTagli

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Articolo pubblicato il 4-5-2012 su Mole24

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