1960-2010 - Cinquant’anni di tennis tra evoluzione e rivoluzioni (puntata #2: gli anni ‘70)

McEnroe e Borg, ovvero il fuoco e il ghiaccio

La prima impressione che dà il tennis degli anni ’70, comparato a quello dei decenni precedenti, è la maggiore varietà: di stili, di soluzioni tattiche, di provenienza nazionale dei campioni.
È un’impressione in buona parte fondata: è l’era del jet-tennis, dei premi in denaro dell’era open che consentono ai giocatori una maggiore disponibilità economica, dei voli intercontinentali per raggiungere, di mese in mese, le varie località che ospitano i tornei.

Dal 1973 al 1979, la classifica ATP annovera numeri uno del mondo di quattro nazioni diverse: il rumeno Ilie Nastase, l’australiano Jonh Newcombe, l’americano Jimmy Connors e lo svedese Bjorn Borg.
Se l’evoluzione del tennis negli anni ’70 porta, tra gli altri risultati, questa accresciuta varietà, le principali rivoluzioni del decennio sono tre: l’erba non detiene più la maggioranza assoluta nel conto delle superfici dei tornei dello slam; il rovescio a due mani si impone definitivamente come colpo diffuso tra i tennisti di punta; il top spin passa dallo status di opzione a quello prassi grazie alle soluzioni tecniche introdotte prima da Borg e poi da tanti altri (meno dotati) epigoni.

Gli slam giocati sull’erba passano da tre su quattro a due su quattro nel 1975, anno in cui l’appuntamento a stelle e strisce passa dall’erba alla terra verde americana, meno lenta di quella europea ma pur sempre meno veloce del cemento.
Nel 1978 si cambierà di nuovo: gli US Open dicono addio a Forest Hills per passare al cemento di Flushing Meadows.

Il rovescio a due mani passa da caratteristica artigianale dal sapore un po' freak a colpo, a tutti gli effetti, mainstream, grazie alle prodezze di Connors prima e di Borg poi.
Attenzione: non sono due tennisti qualsiasi, ma i capostipiti, rispettivamente, della progenie degli attaccanti da fondo campo (la dinastia che partorirà i Lendl e gli Agassi) e dei regolaristi di qualità (dai Wilander ai Moya).
Bisognerà aspettare gli anni duemila perché le due stirpi trovino una magnifica sintesi in Rafa Nadal. Negli anni '70, 13 tornei dello slam su 40 sono vinti da questi due giocatori bimani. Nel decennio precedente il rovescio a una mano si era imposto in tutti e 40 gli slam.

Il top spin, nella sua versione metodologicamente ed esasperatamente applicata, è introdotto da Borg e poi, verso a partire dalla seconda metà del decennio, riproposto dagli argentini Vilas e Clerc: era nato il tennis di fatica, quello dei rematori da fondo campo, delle urla a ogni colpo e delle rotazioni forsennate.
Un tipo di tennis che, magari a livello non altissimo, permette di vincere ancora oggi sulla terra battuta.

Top spin e rovescio a due mani sono le ragioni per le quali il tennis moderno deve più a Borg (foto) che non a McEnroe, pure più divertente e talentuoso dell'Orso svedese: il primo era infatti oggetto di possibile imitazione (vedi Wilander, Johansson, Soderling e compagnia); il secondo, nella sua genialità anarchica, no.
Qualcuno ha provato a scimmiottare il servizio "di schiena" di Supermac. Risultato? Una brutta figura e, magari, uno strappo alla schiena.

E il vecchio tennis? Sopravviveva? Sì, eccome, nella misura in cui sapeva adattarsi ai nuovi tempi. Guardate questa sfida tra il trentottenne Laver e un giovanissimo Borg.
L'australiano non è più il gentleman biancovestito del 1961: ora ha l'aspetto di un vecchio filibustiere che ha superato mille battaglie. Sembra giocare meno bene, ma essere più forte, rispetto a 15 anni prima.
Il Laver ultratrentenne è più potente e atletico del Laver ventenne: diresti che il primo potrebbe giocarsela con il secondo.

Andrea Donna
@AndreaDonna

 

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