1915: chi erano gli italiani favorevoli alla Grande Guerra

1915: chi erano gli italiani favorevoli alla Grande Guerra

I mesi che intercorsero tra il luglio del 1914 e il maggio del 1915 videro l’Italia collocarsi in posizione neutrale rispetto ai due schieramenti contrapposti nella Grande Guerra (le forze della Triplice Intesa capeggiate dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dall’Impero russo da una parte; e gli Imperi centrali, guidati dagli austro-tedeschi dall’altra).
La neutralità aprì un contenzioso nell’opinione pubblica italiana:

  • da un lato vi era la fazione neutralista, composta dal Partito Socialista Italiano, dai liberali vicini a Giovanni Giolitti e da una buona parte del mondo cattolico, che intendeva prolungare sine die il non intervento italiano;
  • dall’altro c’era l’eterogeneo universo dell’interventismo, che caldeggiava l’entrata nel conflitto come necessaria e inevitabile.

Chi faceva parte di quest’ultimo schieramento? Quali erano le ragioni politico-ideologiche che soggiacevano alla volontà di vedere la propria nazione coinvolta nell’immane conflitto?
Ricordiamo brevemente le principali correnti interventistiche che, per quanto minoritarie nel paese e divise da profonde differenze valoriali, si rivelarono decisive per l’entrata in guerra dell’Italia nel “maggio radioso”.

Alla “destra” dello schieramento interventista, un ruolo significativo venne giocato dai nazionalisti dell’Associazione Nazionalista Italiana. In termini ideologici, l’approccio nazionalista vedeva come necessaria l’ascesa dell’Italia nel novero delle grandi potenze imperialistiche europee.
Perciò era indispensabile una rinnovata politica estera aggressiva e la liquidazione del parlamentarismo in politica interna, condizioni che si sarebbero verificate solo con l’intervento italiano.
Dopo l’iniziale orientamento filotriplicista (vicino cioè agli storici alleati austroungarici e tedeschi), i nazionalisti si schierarono dalla parte dell’Intesa, che parve loro la più appropriata per veder realizzate le loro velleità di grandezza: ricongiungere le terre irredente alla nazione e preparare per questa un futuro di espansione imperialistica a partire dai Balcani.

Portavoce dell’interventismo nazionalista fu «L’Idea Nazionale», giornale sostenuto economicamente dalla grande industria siderurgica, su cui scrivevano Enrico Corradini e altre personalità di spicco dell’ANI, affiancate per l’occasione dal “vate” Gabriele D’Annunzio (foto a sinistra).
Parteggiare per l’intervento italiano a fianco dell’Intesa rivelava l’ambiguità di un gruppo politico che, pur non nutrendo simpatie per gli alleati “democratici” (e in particolare per la Francia), si ritrovava a invocare la guerra contro gli Imperi centrali pur di assicurare all’Italia una posizione di forza nel Mar Adriatico a discapito dell’Austria-Ungheria e dei popoli sud slavi.

Di tutt’altra natura appariva l’interventismo democratico, che caldeggiava con spirito risorgimentale il ricongiungimento delle terre irredente al suolo patrio e la necessità di adottare il “principio di nazionalità” nella risoluzione delle questioni territoriali tra stati confinanti - il tutto all’interno di un’interpretazione della guerra vista come lotta internazionale della democrazia contro le forze imperiali della reazione e della conservazione.

Proprio il “principio di nazionalità”, cioè l’intento di dotare ogni “popolo” di un proprio stato-nazione, era ciò che separava nettamente l’interventismo democratico da quello nazionalista, imperialistico e guerrafondaio. Ovviamente, tale lotta non poteva che essere concepita a fianco delle “democratiche” potenze occidentali.
Portavoce dell’interventismo democratico si fece, tra tutti, un intellettuale proveniente dal mondo socialista quale Gaetano Salvemini (foto a destra), difensore della necessità dell’intervento italiano dalle colonne de «L’Unità».

Fuori dagli schemi politici “tradizionali” si collocarono le eterogenee forze dell’interventismo rivoluzionario, accomunate dall’avversione per la linea ufficiale neutralista del PSI e da una visione della guerra quale motore di una futura rivoluzione sociale e politica che si sarebbe definitivamente sbarazzata dello stato borghese e parlamentare.
Tra i protagonisti di questo orientamento ricordiamo:

  • alcuni sindacalisti rivoluzionari quali Angelo Oliviero Olivetti, Arturo Labriola e Alceste De Ambris;
  • alcuni esponenti dell’anarco-sindacalismo;
  • parte dei repubblicani;
  • taluni “battitori liberi” quali lo stesso Mussolini, convertitosi nell’autunno del 1914 dal neutralismo socialista all’interventismo.

Infine, a metà strada tra la tendenza nazionalista e quella dell’interventismo di natura democratica o rivoluzionaria si situarono i gruppi liberal-conservatori, che scorgevano nella guerra la possibilità di metter fine alla politica giolittiana e portare la nazione italiana, divenuta compiutamente laica e borghese, a ricoprire il ruolo di grande potenza in grado di dialogare con le più importanti compagini statali europee.
Questo orientamento fu incarnato dalla linea governativa di “politica nazionale” del Presidente del Consiglio Antonio Salandra e del Ministro degli Esteri (dal novembre 1914) Sidney Sonnino.
Si fece portavoce di questa impostazione Luigi Albertini, direttore del «Corriere della Sera», che con il prosieguo della guerra tese però ad avvicinarsi alle posizioni interventiste democratiche di Salvemini.

Ivan Rotunno
@twitTagli

Bibliografia

  • G. Carocci, Giolitti e l’età giolittiana, Einaudi, Torino 1961.
  • R. De Felice, L’interventismo rivoluzionario, in Il trauma dell'intervento: 1914/1919, Vallecchi, Firenze, 1968.
  • F. Gaeta, Il nazionalismo italiano, Laterza, Roma-Bari 1981.
  • E. Gentile, La grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, Laterza, Roma-Bari 2011.
  • M. Isnenghi, G. Rochat, La Grande Guerra 1914-1918, La Nuova Italia, Milano 2000.
  • F. Perfetti, Il nazionalismo italiano dalle origini alla fusione col fascismo, Cappelli, Bologna 1977.
  • L. Valiani, La politica delle nazionalità, in Il trauma dell'intervento: 1914/1919, Vallecchi, Firenze, 1968.

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